Si tratta di un’imbarcazione destinata alla pesca della lunghezza di 16 metri circa, tre autoveicoli, un fabbricato, una società e disponibilità finanziarie per un valore di circa 200mila euro.
In Italia esistono tre gradi di giudizio e una sentenza non si può dire definitiva se non quando non sono più possibili impugnazioni o sono scaduti i termini.
Non è raro che il giudizio venga ribaltato nel corso di questo percorso e comunque da parte di chi ricorre c’è sempre la speranza che questo avvenga.
Ci sperava anche Francesco Morano, detto “Gianfranco”, 58enne narcotrafficante e usuraio calabrese vicino alla cosca ”Bellocco” di Rosarno, nella speranza che la confisca di beni fatta nei suoi confronti non diventasse definitiva, appellandosi più volte viste le sentenze a lui sfavorevoli, ora la Corte di Cassazione ha rigettato anche gli ricorsi da lui presentati e dai “terzi interessati”, ritenendoli infondati e confermato integralmente la ricostruzione patrimoniale e le ulteriori osservazioni formulate dalla Guardia di Finanza.
La sua pericolosità sociale era emersa nell’ambito delle operazioni denominate “Magma”, condotta dal G.I.C.O. di Reggio Calabria a seguito della quale era stato condannato a 20 anni di reclusione per traffico internazionale di sostanze stupefacenti; “Erba di Grace” dove è stato condannato con sentenza del GIP del Tribunale di Firenze del 2021, confermata poi dalla Corte d’Appello di Firenze nel 2022 in secondo grado, alla pena di 4 anni di reclusione per il reato di traffico di stupefacenti commesso in provincia di Pistoia; ed infine a seguito dell’operazione “Buenaventura”, è stato condannato, in primo grado con il rito abbreviato, dal GUP del Tribunale di Firenze nel 2022 alla pena di 8 anni di reclusione per “reati contro la persona e contro il patrimonio”, per aver posto in essere manovre estorsive aggravate dal metodo mafioso per recuperare un credito usuraio accordato ad un imprenditore del senese attivo nel settore tessile, al quale aveva applicato tassi di interesse che arrivavano fino a oltre il 66% su base annua.
Gli accertamenti patrimoniali scaturiti in seguito all’applicazione del cosiddetto “Codice Antimafia”, hanno evidenziato una sproporzione tra i redditi di chiarati e i beni a lui riconducibili, portando così dapprima al sequestro e poi alla confisca, ora definitiva, di un’imbarcazione destinata alla pesca della lunghezza di 16 metri circa, tre autoveicoli, un fabbricato, una società e disponibilità finanziarie per un valore di circa 200mila euro.









