Ieri sera nella Basilica dell’Immacolata a Catanzaro, come da antica tradizione, una pioggia di petali di rose ha salutato Santa Rita.
di Franco Cimino
No, non è per la vecchiaia — che, tra l’altro, è sempre bella, nonostante la mia resista ancora ad attendere che la giovinezza mi lasci — ma davvero l’avevo dimenticato.
E dire che stamattina avevo perfino comprato, davanti alla stessa basilica in cui sarei tornato questa sera, delle rose da portare a mia madre.
Avevo dimenticato che stasera, in onore della più popolare delle sante, l’amata Santa Rita, ci sarebbe stata, come da tradizione, la celebrazione della pioggia delle rose.
Non so perché. Davvero. Ero tornato a casa dopo una giornata intensa e, dopo aver consumato pranzo e cena in un’unica soluzione, mi è venuta voglia di uscire, con la solita scusa della passeggiata digestiva. Ma, stranamente, ho preso la direzione opposta a quella che scelgo abitualmente per la mia camminata serale.
Scendo verso il centro del Corso. Trecento metri da casa mia. E trovo una folla fitta raccolta nel piccolo piazzale sopra la scalinata, davanti all’austero portone della Basilica dell’Immacolata.
Che faccio? La attraverso per entrare? E cosa ci sarà lì dentro per richiamare tanta gente?
«Scusi, permesso… mi faccia passare, per favore… scusi… mi dispiace disturbare… le ho dato una gomitata, mi perdoni…»
È così, con quella gentilezza antica e anche un po’ furba, riesco a fendermi strada in quella parete umana, arrivando quasi fino all’altare.
La celebrazione era già a metà. La gente pregava stringendo rose tra le mani: quasi ogni mano teneva una o più rose.
Due sacerdoti officiavano la liturgia. E, sull’altare laterale di destra, il coro della basilica accompagnava la preghiera con note straordinarie, nelle quali la melodia sembrava diventare lo spirito stesso della folla che si muoveva nell’aria chiusa e secca della chiesa, tra respiri caldi e sudori umani.
Eppure il caldo non si sentiva. Neppure la fatica.
Nemmeno quella di stare in piedi, chissà da quanto tempo, come molti di loro facevano già prima del mio arrivo.

La messa finisce e comincia la breve processione lungo la navata centrale, nel corridoio umano che dall’altare conduce all’uscita.
Tra due ali di folla commossa, spesso in lacrime, passa la statua di Santa Rita.
Sarà l’autosuggestione. Sarà la nostalgia di tempi lontani, vissuti tra fanciullezza sognante e speranze ridondanti. Sarà la fragilità di questo tempo carico di paure e di speranze negate. Sarà la stanchezza delle delusioni, delle fatiche, dei dolori sofferti. Sarà la preoccupazione per il grave momento storico, per il rumore degli spari che arriva da molto lontano.
Sarà questa solitudine che ci prende alle spalle proprio mentre crediamo di essere in compagnia. Sarà la perdita delle certezze e il bisogno disperato di averne ancora.
Oppure il pensiero dei figli. O il ricordo di una persona amata che non c’è più. Di un amore perduto. O ancora la ricerca di qualcuno partito verso luoghi che il destino continua a lasciare anonimi e misteriosi, e che non vedi tornare.
Non la vedi tornare.
Sarà quel che vuoi che sia. Ma quella immagine di cartapesta, di cemento o di porcellana, vestita con gli abiti della santa, quelle rose rosse strette nella mano, sembrano improvvisamente carne viva.
Quel volto sereno. Quegli occhi che ti guardano. Quelle labbra appena socchiuse che sembrano pronunciare proprio le parole che stai aspettando.
E allora quella santa in processione diventa tua madre, tua moglie, tua figlia, tuo figlio, tuo padre. Oppure è davvero Santa Rita che si rinnova e si ripresenta nel giorno a lei dedicato.
E tu piangi. E preghi.
E ti senti vivo davvero.

In quel ritorno improvviso di umanità che credevi perduta. E invece era ancora lì, dentro di te, con le sue speranze, le sue paure, le sue tristezze, le sue malinconie, il suo dolore.
Non il tuo dolore personale.
Quello del mondo.
Un dolore così grande che viene voglia di caricarselo sulle spalle. Oppure di stringerlo nel pugno e scagliarlo lontano, oltre il muro della chiesa, come un atleta olimpico lancia il peso o il giavellotto.
Lanciarlo il più lontano possibile, perché non possa più ritornare.
E farlo cadere a terra così violentemente da romperlo in mille pezzi, senza che possa più ricomporsi. Nemmeno in una forma nuova. Nemmeno in un dolore più piccolo.
Il dolore del mondo, non il tuo.
E allora, se tutto questo è potuto accadere a me — che da tempo lotto con la fragilità della mia fede e con quella della mia Chiesa, fatta anche di contraddizioni ed errori — immagino quanto profondo dovesse essere il sentimento di quell’immensa folla che riempiva ogni spazio della basilica e della piazza antistante.
Mentre osservavo quella gente — soprattutto quando alzava le rose al passaggio del sacerdote che le benediceva, o quando raccoglieva i petali piovuti dalla volta della chiesa, come ho fatto anch’io — mi domandavo, per quel vezzo sociologico e filosofico che non mi abbandona mai, quali fossero le ragioni antropologiche, psicologiche o sociali di un sentimento tanto intenso.
Che cosa aveva spinto centinaia di persone a chiudersi lì dentro?
Poi ho trovato la risposta.
Quella.
Non ce n’era un’altra.
L’umanità è ancora viva.
Nel suo bisogno estremo di restare umana.
C’è ancora speranza.
C’è ancora speranza di vita.








