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Questa scuola così debole, questa società tanto in crisi, questi nostri ragazzi esposti a valori sbiaditi e a diffuse violenze

Questa scuola così debole, questa società tanto in crisi, questi nostri ragazzi esposti a valori sbiaditi e a diffuse violenze

da admin_slgnwf75
18 Giugno 2026
in attualità
Tempo di lettura: 5 minuti
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Oggi, primo giorno del cosiddetto esame di maturità. Ragazzi, qualunque sia la traccia che sceglierete, parlate di voi. Parlate della vostra vita dentro questo tempo difficile. Delle vostre paure e delle vostre speranze

di Franco Cimino

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La scuola, da molto tempo, non riesce più a promuovere il cambiamento della società né a sollecitarlo come un tempo. Piuttosto, ne subisce le contraddizioni, le debolezze e gli effetti di una crisi che appare sempre più profonda. Una crisi che ha progressivamente disturbato e deviato il suo naturale cammino: educare alla coscienza civile ogni ragazzo che le viene affidato.

Da anni la scuola riceve colpi durissimi. Le grandi riforme annunciate dagli anni Sessanta in poi sono rimaste, nella maggior parte dei casi, promesse incompiute. Al loro posto si sono succeduti interventi parziali, spesso legati alla visione del ministro di turno. Nel frattempo sono diminuite le risorse, non soltanto economiche, e si è affievolita quella robusta struttura culturale e programmatica che aveva fatto della scuola italiana una delle esperienze più originali e autorevoli d’Europa.

Negli ultimi decenni si è guardato molto all’innovazione tecnologica e organizzativa, meno alla sostanza educativa. Si è pensato soprattutto agli strumenti, meno ai fini. E così la scuola ha rischiato di trasformarsi in un luogo che prepara all’idea del lavoro più che al lavoro stesso, e ancor meno alla piena cittadinanza.

A ciò si è aggiunta la continua mortificazione del ruolo docente. L’insegnante è oggi una figura spesso sottovalutata, poco riconosciuta nel suo valore sociale e culturale. È cresciuta la distanza tra chi insegna e chi dirige, mentre si è progressivamente indebolita quella comunità educativa che per molti anni aveva rappresentato il cuore della scuola.

Anche il progetto della scuola-azienda, nato dentro una visione liberale e liberista dell’istruzione, non ha prodotto i risultati sperati. Il rapporto con il territorio avrebbe dovuto generare nuove opportunità, creare un ponte virtuoso tra giovani, lavoro e sviluppo locale. In molti casi questo incontro non si è realizzato, o si è realizzato soltanto in parte.

Potrei continuare a lungo nell’elencare le ragioni di questa debolezza. Ma il mio intento è un altro. Vorrei parlare dei nostri ragazzi. Di quelli che oggi vivono la scuola e di quelli che da domani inizieranno ad uscirne.

La scuola è debole perché è il riflesso di una società debole.

Si è spezzato quel legame che avrebbe dovuto essere inscindibile tra scuola, famiglia e società. Si è interrotto il dialogo continuo che permetteva alle energie positive di circolare tra questi mondi. Da una parte il sapere, la ricerca, la formazione della coscienza critica; dall’altra la partecipazione civile, l’impegno sociale e politico, il senso di appartenenza a una comunità.

Oggi quel circuito appare interrotto.

La nostra è una società in crisi di valori prima ancora che di economia. Certamente la povertà crescente e le profonde disuguaglianze hanno lasciato ferite pesanti. Ma ciò che colpisce di più è la progressiva perdita del senso dell’altro, il ripiegamento nel privato, l’affermarsi di un individualismo che ha eroso la solidarietà e il sentimento della responsabilità collettiva.

Nel vuoto lasciato da questa crisi sono cresciute forme diverse di violenza. Quella organizzata e criminale. Quella diffusa delle periferie materiali ed esistenziali. E quella più silenziosa, ma non meno pericolosa, che nasce dall’assenza di ideali, dalla rabbia, dall’ignoranza, dall’incultura.

Una violenza che sempre più spesso convive con una sorta di cultura della morte, percepita come evento normale, prevedibile, quasi accettabile. Come mezzo di offesa, di difesa o persino di esibizione.

Questa violenza ha raggiunto i giovani. Sempre più giovani.

Ed è entrata nelle scuole.

Dalle strade alle aule.

Non si manifesta soltanto nelle aggressioni, pure gravissime, contro docenti e personale scolastico. Si manifesta anche nel rifiuto dell’autorità educativa, nel disprezzo delle regole, nell’indifferenza verso il sapere. Come se la scuola fosse diventata per alcuni un ostacolo anziché un’opportunità.

È un fenomeno che chiama in causa la scuola, ma ancora di più la società.

Per questo siamo lontanissimi dalle lotte studentesche del Sessantotto. Quelle nacquero da una forte presa di coscienza del ruolo che i giovani volevano esercitare nel cambiamento della società. Erano animate da ideali, da speranze, da una domanda di partecipazione. Si può discutere sui risultati di quella stagione, ma non sulla sua tensione morale.

La politica, allora, era il luogo nel quale si immaginava il futuro.

Era la stagione dei diritti e delle libertà.

I giovani sognavano un mondo diverso e si battevano per costruirlo.

Insieme.

Diversi, ma insieme.

Gli Esami di Stato che iniziano domani rappresentano, in qualche modo, l’appuntamento che questa scuola in crisi dà a se stessa. Si svolgeranno secondo un rito che conserva ancora il suo valore simbolico, ma che molti avvertono ormai come affaticato.

Anche l’intelligenza artificiale entrerà inevitabilmente in questa stagione degli esami. Sarà uno strumento in più. Come sempre, la differenza la farà l’uso che se ne saprà fare. Nessuna tecnologia potrà sostituire completamente il pensiero personale, la sensibilità, la coscienza critica.

Ed è proprio ai ragazzi che vorrei rivolgermi.

A loro, ai quali in queste ore vengono dispensati consigli di ogni genere.

Da insegnante che non scenderà mai davvero dalla cattedra, anche se non vi sale più ogni mattina, chiedo un gesto semplice e coraggioso.

Qualunque sia la traccia che sceglierete, parlate di voi.

Parlate della vostra vita dentro questo tempo difficile.

Delle vostre paure e delle vostre speranze.

Dei vostri dubbi e dei vostri desideri.

Macchiate quei fogli dei vostri sogni.

Dite che cosa volete diventare. Ma soprattutto dite che cosa volete fare per gli altri, per il vostro Paese, per la comunità nella quale vivete.

Metteteci dentro tutta la poesia che avete in corpo.

Lasciate che il cuore accompagni la ragione e che la ragione dia forza al cuore.

Fate di quelle pagine il vostro primo atto di cittadinanza.

Il vostro primo atto politico nel significato più alto e più nobile della parola.

Perché la politica che oggi sembra assente dalla vita dei giovani può rinascere anche da un pensiero autentico scritto su un foglio d’esame.

Forza, ragazzi. Siate forti.

Credete ancora in voi stessi.

E amate la vita. Tutta la vita.

A partire dalla vostra.

Tags: crisiesame di maturitàpaureragazziscuolasocietàsperanzetraccia

admin_slgnwf75

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