Il potere dovrebbe essere come un faro, capace di illuminare la strada a chi serve lo Stato. Ogni volta che il potere smette di essere servizio, l’autorità perde umanità
di Antonella Moschella
Una poliziotta della Questura di Vibo Valentia aveva chiesto l’applicazione dell’articolo 42-bis del decreto legislativo 151/2001, la norma che consente ai dipendenti pubblici con figli minori di tre anni di ottenere, quando ne ricorrono i presupposti e nel rispetto delle esigenze organizzative, un’assegnazione temporanea in una sede più vicina al proprio nucleo familiare.
La richiesta era semplice: poter essere trasferita temporaneamente per assistere il proprio figlio. La risposta è stata un diniego.
Così quella madre è stata costretta a fare ciò che nessun servitore dello Stato dovrebbe essere obbligato a fare: rivolgersi a un avvocato, sostenere spese legali e iniziare un ricorso contro la stessa amministrazione che serve ogni giorno con la propria divisa.
Poi è arrivata l’ordinanza del TAR Calabria, che ha sospeso il diniego e disposto un nuovo esame dell’istanza.
Se esiste una legge pensata proprio per tutelare la maternità e favorire la conciliazione tra servizio e famiglia, perché costringere una madre ad affrontare un contenzioso prima di rivalutare la sua richiesta? Perché trasformare un diritto previsto dall’ordinamento in una battaglia giudiziaria?
Il potere è indispensabile e senza autorità non esisterebbero lo Stato, le istituzioni e il rispetto delle regole, ma il potere nasce per servire la legge, non per trasformarsi in un muro contro le persone.
Quando una richiesta viene vissuta come una sfida all’autorità anziché come un diritto da valutare con equilibrio, il rischio è che il potere perda la sua funzione e diventi solo esercizio di forza.
Dietro ogni pratica amministrativa non c’è un fascicolo. C’è una madre, un padre, c’è un bambino, una famiglia. C’è una persona che, mentre serve lo Stato, chiede allo Stato di applicare una norma che lo Stato stesso ha approvato.
Le istituzioni chiedono disciplina, sacrificio e senso del dovere ai propri appartenenti, ma la credibilità delle istituzioni si misura anche dalla loro capacità di ascoltare, di valutare con imparzialità e di riconoscere i diritti previsti dalla legge senza costringere i propri dipendenti a cercare giustizia in un’aula di tribunale.
C’è un’immagine che descrive bene questo rischio.
C’è un albero che, invece di offrire ombra e protezione, piega i suoi rami fino a soffocare i fiori che crescono ai suoi piedi. Potrebbe lasciarli vivere, perché la loro luce non gli toglierebbe nulla eppure c’è chi continua a comprimerli non perché sia necessario, ma perché dimentica la propria natura.
Così accade ogni volta che il potere smette di essere servizio. L’autorità perde umanità, la coscienza rischia di essere oscurata dall’orgoglio e il “far rispettare le regole” può trasformarsi in un irrigidimento che dimentica lo spirito della legge.
Il potere dovrebbe essere come un faro, capace di illuminare la strada a chi serve lo Stato. Quando, invece, diventa un riflettore puntato contro i propri uomini e le proprie donne, non dimostra autorevolezza rivela soltanto che qualcosa si è incrinato nel rapporto tra istituzione e persona.
Uno Stato forte non è quello che costringe una madre in divisa a combattere contro lo Stato è quello che sa applicare la legge con equilibrio, umanità e buon senso. Il potere più grande è quello che sa fermarsi, ascoltare e ricordare che sotto ogni divisa c’è prima di tutto un essere umano.










