È il paradosso di uno Stato che pretende sicurezza, ma che talvolta sembra lasciare sempre più soli coloro che quella sicurezza sono chiamati a garantirla
di Antonella Moschella
Ancora una volta a finire sotto processo non sono soltanto le persone accusate di aver ostacolato un arresto, ma anche gli uomini della Polizia di Stato che quell’arresto lo hanno eseguito.
Ci sono sentenze che fanno discutere non solo per il loro esito, ma soprattutto per il messaggio che rischiano di trasmettere a chi ogni giorno indossa una divisa.
La vicenda risale alla notte tra il 3 e il 4 ottobre 2025, a Milano alcuni residenti segnalano alla Polizia un gruppo di giovani intenti a imbrattare un muro in via Finocchiaro Aprile. All’arrivo degli agenti, i ragazzi si spostano all’interno del Gibus Cafè di viale Tunisia. Da quel momento la situazione degenera e si arriva all’arresto di tredici persone.
Sei giovani vengono processati con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale e lesioni nei confronti di tre poliziotti. Il Tribunale di Milano, però, li assolve per non aver commesso il fatto.
Nelle motivazioni della sentenza, depositate in questi giorni, i giudici della Sesta Sezione scrivono che nessuno dei ragazzi era armato e che i loro comportamenti sarebbero stati «più di protesta e di intralcio che di attacco coordinato». Secondo il collegio, le immagini mostrano un clima di tensione, ma non consentirebbero di comprendere le ragioni delle modalità operative adottate dagli agenti.
Le stesse motivazioni definiscono gli arresti «rapidi, decisi ed anche violenti», facendo riferimento al brusco atterramento, al trattenimento a terra e all’applicazione delle manette. Inoltre, i giudici hanno disposto la trasmissione degli atti alla Procura affinché venga valutata l’ipotesi di falsa testimonianza nei confronti di uno dei poliziotti intervenuti.
È a questo punto che nasce una domanda inevitabile.
Come si arresta una persona che oppone resistenza?
Con le parole? Con le preghiere? Aspettando che decida spontaneamente di consegnarsi?
Le Forze dell’Ordine non intervengono per usare la forza, ma intervengono perché qualcuno ha segnalato un reato, un pericolo o una situazione che richiede l’intervento dello Stato. Il primo strumento di un poliziotto è sempre il dialogo, il tentativo di riportare la calma, la mediazione.
Ma quando il dialogo fallisce, quando una persona non collabora, resiste ai controlli, ostacola un arresto o crea una situazione di pericolo, cosa dovrebbe fare un agente?
Voltarsi dall’altra parte?
Lasciare andare chi deve essere arrestato?
Rinunciare a far rispettare la legge?
La realtà della strada non è quella delle aule di tribunale. Un operatore deve decidere in pochi secondi, spesso sotto pressione, senza sapere se la persona che ha davanti sia armata o fino a che punto sia disposta a spingersi.
Le Forze dell’Ordine utilizzano la forza solo quando la legge lo consente e nella misura strettamente necessaria per superare una resistenza e garantire la sicurezza pubblica. Non è violenza fine a sé stessa: è l’esercizio dell’autorità che lo Stato affida a chi indossa una divisa.
Il messaggio che rischia di passare da decisioni come questa è pericoloso: se intervieni rischi di finire sotto processo; se non intervieni rischi di essere accusato di omissione.
È il paradosso di uno Stato che pretende sicurezza, ma che talvolta sembra lasciare sempre più soli coloro che quella sicurezza sono chiamati a garantirla.
C’è poi un’altra riflessione che molti cittadini fanno.
Quando un giudice dispone l’allontanamento di un minore dalla propria famiglia e i genitori si oppongono i figli si oppongano, il provvedimento viene eseguito anche con l’intervento delle Forze dell’Ordine e, se necessario, con l’uso della forza previsto dalla legge. In quel caso la coercizione rappresenta uno strumento legittimo per dare esecuzione a un provvedimento dell’autorità giudiziaria.
Quando invece la forza viene utilizzata per fermare chi ha commesso un reato e oppone resistenza a un arresto, la valutazione appare molto più severa.
È una differenza che alimenta interrogativi e che, agli occhi di molti operatori, rischia di apparire come l’applicazione di due pesi e due misure.
Chi giudica ha il difficile compito di applicare la legge, ma forse conoscere più da vicino la realtà operativa delle Forze dell’Ordine aiuterebbe a comprendere cosa significhi affrontare una rissa, una folla ostile o una persona violenta in pochi istanti. Le carte processuali raccontano i fatti; la strada racconta anche il contesto in cui quei fatti maturano.
La Polizia non chiede impunità chiede equilibrio. Chiede che si distingua sempre tra un eventuale abuso, che deve essere perseguito senza esitazione, e l’uso legittimo della forza previsto dall’ordinamento quando è indispensabile per far rispettare la legge.
È come chiedere a un vigile del fuoco di spegnere un incendio senza usare l’acqua o a un chirurgo di salvare una vita senza il bisturi. Gli strumenti non sono il problema: il problema è il loro uso illegittimo. Ma togliere allo Stato gli strumenti previsti dalla legge significa renderlo incapace di esercitare la propria autorità.
A perdere sarà la sicurezza di tutti.









