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La condanna del gioielliere Roggero riapre una domanda: la legge tutela davvero chi subisce una rapina?

La condanna del gioielliere Roggero riapre una domanda: la legge tutela davvero chi subisce una rapina?

da admin_slgnwf75
17 Luglio 2026
in attualità
Tempo di lettura: 4 minuti
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Nessuno mette in discussione i principi dello Stato di diritto, ma uno Stato di diritto maturo deve avere anche il coraggio di interrogarsi quando una sentenza lascia in una parte significativa della società un profondo senso di ingiustizia

di Antonella Moschella

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La condanna definitiva di Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione continua a dividere profondamente l’opinione pubblica. Non solo perché due rapinatori hanno perso la vita, ma perché questa vicenda impone a tutti – cittadini, istituzioni e legislatore – una riflessione che non può essere liquidata con slogan o contrapposizioni ideologiche.

La domanda è semplice, ma al tempo stesso drammatica: una persona onesta, aggredita nel proprio negozio, con una pistola puntata contro la figlia e la moglie minacciata, può davvero conservare quella lucidità che la legge pretende?

Nessuno mette in discussione i principi dello Stato di diritto. Ogni morte deve essere accertata e ogni processo deve svolgersi nel pieno rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento, ma uno Stato di diritto maturo deve avere anche il coraggio di interrogarsi quando una sentenza lascia in una parte significativa della società un profondo senso di ingiustizia.

Mario Roggero non è uscito di casa con l’intenzione di uccidere. Era un commerciante che, nel corso degli anni, aveva già subito rapine, violenze e minacce. Quel giorno si è ritrovato ancora una volta davanti uomini armati che puntavano una pistola contro sua figlia e minacciavano la moglie. In pochi istanti ha rivissuto un incubo già conosciuto, con il timore concreto di perdere le persone che amava.

I giudici hanno ritenuto che, nel momento in cui furono esplosi i colpi mortali, il pericolo non fosse più attuale e, per questo, hanno escluso la legittima difesa. È una valutazione giuridica che appartiene ai tribunali, ma resta una domanda che riguarda tutti: è davvero realistico pensare che una persona, dopo pochi secondi di terrore assoluto, riesca a individuare con precisione il momento esatto in cui il pericolo è cessato?

La psicologia insegna che il cervello, sottoposto a un trauma estremo, continua a percepire la minaccia anche quando questa si sta allontanando. La paura non si spegne come un interruttore. Per questo è legittimo aprire una riflessione sull’attuale disciplina della legittima difesa e domandarsi se essa tenga sufficientemente conto delle reazioni di chi subisce un’aggressione violenta.

Accanto al rispetto dovuto alla sentenza, ritengo che questo sia uno di quei casi nei quali potrebbe essere valutata la concessione della grazia da parte del Presidente della Repubblica. Non per mettere in discussione il lavoro della magistratura, ma per riconoscere l’eccezionale drammaticità umana di una vicenda nata da una rapina.

Ma Mario Roggero non è il solo. Molti cittadini, meno conosciuti e lontani dai riflettori, stanno scontando pene per fatti analoghi, dopo aver reagito a violente aggressioni. Persone rimaste nell’anonimato, che vivono in silenzio il peso di una tragedia che ha cambiato per sempre la loro esistenza. Anche per loro sarebbe opportuno aprire una riflessione sul rapporto tra giustizia, trauma e legittima difesa.

C’è una verità che non dovrebbe mai essere dimenticata: se quei rapinatori non avessero deciso di entrare armati in quella gioielleria, nulla di tutto questo sarebbe accaduto. Non ci sarebbero stati morti, non ci sarebbe stato un processo e un uomo di oltre settant’anni non si troverebbe oggi a scontare una condanna destinata, di fatto, a coincidere con il resto della sua vita.

Una società civile deve certamente impedire che la giustizia si trasformi in vendetta, ma deve anche affermare con altrettanta forza che chi sceglie di rapinare, sequestrare e minacciare persone innocenti si assume una gravissima responsabilità per tutte le conseguenze che la propria condotta può provocare.

La sicurezza dei cittadini non si garantisce con il buonismo verso la criminalità, ma assicurando che le vittime non vengano lasciate sole proprio nel momento in cui la loro vita viene sconvolta dalla violenza.

Questa vicenda dovrebbe indurre il legislatore a riflettere se l’attuale normativa sulla legittima difesa sia ancora adeguata ad affrontare situazioni così estreme perché una legge deve certamente tutelare la vita, ma deve anche comprendere cosa accade nella mente di chi, in pochi secondi, vede la propria esistenza e quella dei propri familiari appese a un grilletto.

La prevenzione più efficace resta una sola: nessuno dovrebbe varcare la soglia della casa o del luogo di lavoro di un’altra persona per rapinare, minacciare o usare violenza. Chi sceglie consapevolmente di compiere un’aggressione armata deve sapere che espone sé stesso e gli altri al rischio delle conseguenze più tragiche. Solo rafforzando la tutela delle vittime e la certezza della pena per chi delinque si potrà restituire ai cittadini quella serenità che oggi, troppo spesso, sembra perduta.

Una società è davvero giusta quando protegge chi vive del proprio lavoro senza rinunciare ai principi dello Stato di diritto. La legge deve punire chi delinque, ma deve anche saper comprendere il dramma di chi, in pochi istanti, è costretto a lottare per salvare la propria vita e quella dei propri cari.

Una casa e un negozio dovrebbero essere come un porto sicuro durante la tempesta. Se quel porto diventa un luogo dove chi lavora vive nella paura di essere aggredito, non è soltanto una porta a essere stata violata: è la fiducia dei cittadini nello Stato che inizia a sgretolarsi.

Tags: domandagiustiziaingiustiziamario roggerorapinasentenzasocietàstato di diritto

admin_slgnwf75

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