Una società che delegittima continuamente le Forze dell’ordine finisce per indebolire la propria sicurezza
di Antonella Moschella
Cosenza, un giovane di venticinque anni, Mohamed Amin Bassioud, ha perso la vita lanciandosi dal balcone durante una perquisizione dei Carabinieri. La Procura dovrà ricostruire ogni momento dell’intervento e verificare anche le gravi accuse formulate dalla madre. Ma il dolore non può cancellare i fatti né trasformarsi automaticamente in una sentenza contro chi indossava una divisa.
Mohamed non era un cittadino sottoposto a un controllo casuale era agli arresti domiciliari dopo essere stato arrestato per possesso di hashish e guida senza patente. I Carabinieri, dunque, non erano entrati in quella casa per perseguitarlo o tormentarlo, ma per svolgere un compito previsto dalla legge: controllare una persona sottoposta a una misura cautelare e verificare il rispetto delle prescrizioni imposte dall’autorità giudiziaria.
Secondo le prime informazioni investigative, durante la perquisizione sarebbero stati trovati circa cento grammi di hashish. La madre contesta questa ricostruzione e saranno gli accertamenti a stabilire la verità.
Tuttavia, assistiamo ancora una volta al solito e pericoloso capovolgimento della realtà: chi commette un reato viene trasformato immediatamente in una vittima, mentre chi svolge il proprio lavoro per difendere la legalità viene dipinto come un carnefice.
Chi possiede droga diventa una persona perseguitata. Chi guida senza patente diventa qualcuno da comprendere e giustificare. Chi è sottoposto agli arresti domiciliari viene presentato come vittima di controlli eccessivi. I Carabinieri che verificano il rispetto della legge, invece, finiscono sul banco degli imputati ancora prima che un giudice abbia accertato qualsiasi responsabilità.
È questo il mondo al contrario che stiamo costruendo?
Le Forze dell’ordine dovrebbero forse smettere di controllare chi si trova agli arresti domiciliari per paura di agitarlo? Dovrebbero rinunciare alle perquisizioni per non turbare chi potrebbe nascondere sostanze stupefacenti? Dovrebbero chiedere il permesso ai familiari prima di svolgere un’attività investigativa?
A questo punto viene da domandarsi a cosa servano il Codice penale, il Codice di procedura penale e le decisioni dei giudici, se ogni controllo può essere presentato come una persecuzione e ogni intervento come una violenza.
Secondo quanto raccontato dalla madre, Mohamed aveva già compiuto atti di autolesionismo e tentato più volte di togliersi la vita. Era stato anche ricoverato in Psichiatria.
Proprio per questo occorre domandarsi perché una persona in condizioni psicologiche tanto delicate, sottoposta agli arresti domiciliari e con precedenti tentativi di suicidio, non fosse seguita attraverso un’assistenza sanitaria e psichiatrica continua e adeguata.
Se la madre aveva davvero chiesto ripetutamente aiuto senza riceverlo, le responsabilità dovranno essere ricercate anche nel sistema sanitario e nei servizi competenti. Non è giusto che ogni mancanza precedente venga scaricata sugli ultimi due Carabinieri entrati in quella casa per svolgere il loro dovere.
La sofferenza psichica deve essere curata e considerata durante ogni intervento, ma non cancella automaticamente i reati e non sospende l’applicazione della legge. Essere depressi non significa poter ignorare una misura cautelare; essere fragili non significa essere sottratti a ogni controllo.
Allo stesso tempo, nessuno può affermare con certezza, senza accertamenti clinici, che Mohamed fosse in astinenza o dipendente dalla droga. Il possesso di hashish, il precedente arresto e l’eventuale ritrovamento di altra sostanza non possono essere cancellati dal racconto pubblico soltanto perché disturbano la rappresentazione del giovane come vittima assoluta.
Le accuse della madre sono serie e devono essere verificate. Se vi sono stati abusi o comportamenti contrari alla legge, chi li ha commessi dovrà risponderne, ma fino a quando non emergeranno prove, non è accettabile trasformare automaticamente i militari in colpevoli.
Un’accusa non è una condanna. Il dolore di una madre merita ascolto, ma non può sostituire le prove. La divisa non garantisce l’impunità, ma non può neppure diventare una colpa da portare addosso.
Oggi, invece, il meccanismo sembra sempre lo stesso: chi viola la legge viene raccontato attraverso le sue fragilità, le sue paure e la sua sofferenza; chi interviene viene descritto soltanto attraverso l’autorità che rappresenta. Al primo vengono riconosciute tutte le attenuanti umane, al secondo non viene concesso neppure il beneficio del dubbio.
Così il responsabile diventa vittima e il servitore dello Stato diventa carnefice.
Ma una società che delegittima continuamente le Forze dell’ordine finisce per indebolire la propria sicurezza. Se ogni controllo può trasformarsi in un’indagine contro chi lo esegue, gli operatori saranno costretti a lavorare con la paura di intervenire, di toccare una persona, di ammanettarla o perfino di entrare in una stanza.
E quando chi indossa una divisa avrà paura di fare il proprio lavoro, a pagare saranno soprattutto i cittadini onesti.
Le Forze dell’ordine non servono per perseguitare, ma per garantire la sicurezza, far rispettare le decisioni della magistratura e difendere la collettività. Devono agire nel rispetto della legge e della dignità umana, ma devono anche essere messe nelle condizioni di operare senza essere considerate colpevoli a prescindere.
La verità deve essere accertata fino in fondo. Se qualcuno ha sbagliato, dovrà risponderne, ma non possiamo continuare a riscrivere la realtà trasformando chi commette reati in una vittima per definizione e chi difende la giustizia in un carnefice.
Perché quando lo Stato comincia a vergognarsi di far rispettare la legge, la legalità diventa debole, la divisa rimane sola e i cittadini diventano ostaggi di chi considera ogni regola un sopruso e ogni controllo una persecuzione.










