Operazione conclusa in tempi record secondo il sindaco Gaetano, che parla di un cambio di paradigma fondato su welfare e integrazione. Emergency riconosce il valore del superamento della tendopoli, ma avverte sul rischio di riprodurre marginalità ed esclusione
Si chiude una pagina lunga quasi quindici anni nella Piana di Gioia Tauro. Lo sgombero della tendopoli di San Ferdinando, iniziato nei giorni scorsi, rappresenta uno dei passaggi più significativi nella gestione dell’accoglienza dei lavoratori migranti impiegati nell’agricoltura calabrese. Ma, mentre le istituzioni parlano di un’operazione riuscita e di una svolta storica, dal mondo del volontariato arrivano interrogativi che invitano a non considerare conclusa la vicenda.
Da una parte c’è il sindaco di San Ferdinando, Gianluca Gaetano, che ha annunciato la conclusione del trasferimento degli ospiti della tendopoli in tempi rapidissimi, definendolo «un’operazione lampo e in completa armonia», resa possibile grazie alla collaborazione tra Prefettura, Comuni, Regione, Commissario straordinario e forze dell’ordine.
Secondo il primo cittadino, il passaggio dalle tende agli appartamenti di Rosarno rappresenta un cambio di passo epocale. Le nuove sistemazioni, dotate di arredi e inserite in un contesto urbano servito da scuole e impianti sportivi, dovrebbero favorire un modello di integrazione fondato su politiche di welfare attivo, superando definitivamente una realtà che per anni ha simboleggiato il fallimento delle politiche di accoglienza.
Le cinque palazzine di contrada Serricella, quattro destinate all’accoglienza e una ai servizi socio-sanitari del nascente Polo sociale integrato, ospiteranno migranti regolarmente presenti sul territorio e con requisiti di lavoro o residenza, attraverso un canone calmierato. Un progetto che, nelle intenzioni dell’amministrazione, punta a coniugare dignità abitativa e inclusione sociale.
Ma proprio sul “dopo” si concentra l’attenzione di Emergency, presente nella tendopoli dal 2011 con i propri operatori sanitari.
L’organizzazione umanitaria accoglie positivamente il superamento del modello della tendopoli, definito da tempo una soluzione emergenziale ormai insostenibile, ma esprime forti perplessità sull’assenza di un percorso chiaro e condiviso per il futuro delle persone coinvolte.
Secondo Emergency, infatti, molti migranti non conoscono ancora tempi, modalità e garanzie del proprio trasferimento, né sono stati illustrati gli strumenti che dovranno evitare, già dalla prossima stagione agricola, la nascita di nuovi insediamenti informali.
«Il diritto alla salute non può essere garantito se le persone sono costrette a vivere in condizioni abitative disumane e precarie», afferma il coordinatore del progetto Calabria di Emergency, Mauro Destefano, sottolineando come la salute dipenda anche dall’accesso ai servizi, alla mobilità e da condizioni di vita dignitose.
L’associazione teme inoltre che la futura “Fattoria Solidale”, finanziata con circa 3,6 milioni di euro e destinata a diventare la soluzione definitiva, possa trasformarsi nell’ennesimo grande insediamento isolato, riproponendo nuove forme di marginalizzazione anziché favorire una reale integrazione.
Altrettanto critiche vengono rivolte alla gestione delle palazzine di Rosarno, considerate una sistemazione temporanea della quale, secondo Emergency, restano ancora poco chiari durata, modalità di gestione e criteri di accesso.
Il contrasto tra le due letture non riguarda tanto la chiusura della tendopoli, obiettivo condiviso da tutti, quanto il modello di accoglienza che dovrà sostituirla.
Da un lato le istituzioni rivendicano un’operazione ordinata, conclusa senza tensioni e capace di restituire dignità abitativa ai lavoratori migranti. Dall’altro, chi opera quotidianamente sul territorio chiede che il superamento del ghetto non si traduca semplicemente nello spostamento delle persone da una struttura a un’altra, ma diventi l’occasione per costruire un sistema stabile, partecipato e realmente inclusivo.
Perché la vera sfida, probabilmente, non è chiudere una tendopoli. È evitare che, tra qualche anno, si debba raccontare la nascita di un nuovo ghetto con un nome diverso.










