Girare lo sguardo dall’altra parte è diventato lo sport nazionale. Se il male non si riconosce, diventa sistema. Benvenuti nell’era della complicità passiva.
di Antonella Moschella
Viviamo nell’epoca d’oro dell’assoluzione fai-da-te. Se un tempo il male doveva nascondersi, oggi ha trovato una strategia decisamente più raffinata: si è travestito da “opinione”, da “necessità” o, nel peggiore dei casi, è diventato uno spettacolo da guardare comodamente seduti sul divano.
La verità è che il mondo non sta andando a rotoli perché i cattivi sono diventati più cattivi. No, i cattivi fanno semplicemente il loro mestiere. Il vero cancro della nostra società è quell’immensa, flaccida e silenziosa maggioranza che Albert Einstein aveva già perfettamente inquadrato: quelli che guardano e lasciano fare. Benvenuti nell’era della complicità passiva. Dell’alibi del “Non spetta a me”
Girare lo sguardo dall’altra parte è diventato lo sport nazionale. Davanti a un’ingiustizia, a un abuso di potere o alla sofferenza di qualcuno, la risposta standard dell’uomo moderno non è l’indignazione che muove all’azione, ma la ricerca di un filtro. Riprendiamo la scena con lo smartphone per racimolare qualche click, oppure scrolliamo la notizia convinti che, dopotutto, “ci penserà qualcun altro”.
Abbiamo confuso la neutralità con la virtù. Pensiamo che non fare attivamente del male ci renda automaticamente delle brave persone. Spoiler: non è così. Se vedi qualcuno che affoga e decidi che non è un tuo problema perché non sei stato tu a spingerlo in acqua, non sei neutrale; sei solo un complice che non vuole bagnarsi le scarpe.
Ma c’è qualcosa di ancora più perverso in atto. Non solo tolleriamo il male altrui, ma abbiamo perso la bussola per riconoscere il nostro. Oggi nessuno fa più “il male”: tutti “si difendono”, tutti “reagiscono”, tutti hanno una narrazione personalizzata che giustifica ogni bassezza, ogni cinismo, ogni calpestamento dei diritti altrui.
Abbiamo ribaltato il mondo. Abbiamo creato una società al contrario dove l’empatia viene derisa come debolezza e il cinismo viene celebrato come pragmatismo. Chi prova a sollevare una questione morale viene bollato come moralista o idealista fuori dal mondo. Nel frattempo, chi schiaccia il prossimo per il proprio tornaconto viene definito “uno che sa il fatto suo”. Lo sappiamo tutti che se il male non si riconosce, diventa sistema.
Questa non è filosofia spicciola, è la cronaca quotidiana. Ogni volta che decidiamo che una menzogna è “solo una mezza verità”, ogni volta che tolleriamo che il più debole venga schiacciato perché “così va il mondo”, stiamo firmando la condanna della nostra anima. Ed è questo il prezzo del silenzio.
Il male non ha bisogno di conquistare il mondo con i carri armati; gli basta che le persone perbene rimangano in silenzio, chiuse nel loro piccolo, egoistico recinto di comfort. E allora smettiamola di piangere sulle macerie della società chiedendoci dove abbiamo sbagliato. Il colpevole non è un mostro venuto da fuori. Il colpevole è quel riflesso nello specchio che, davanti all’orrore, ha preferito scrollare le spalle e cambiare canale.










