Lo Stato dovrebbe investire nella costruzione di strutture terapeutiche dedicate, anche ad alta vigilanza, destinate ai detenuti affetti da gravi dipendenze
di Antonella Moschella
La nuova legge approvata dal Parlamento introduce una novità importante: i detenuti tossicodipendenti o alcoldipendenti, condannati a una pena non superiore a otto anni, potranno chiedere la detenzione domiciliare in casi particolari, purché aderiscano a un programma terapeutico residenziale o semiresidenziale e dimostrino che il reato è collegato alla loro dipendenza.
È bene precisare che il provvedimento non è ancora entrato in vigore. Dopo il voto definitivo, dovrà essere promulgato dal Presidente della Repubblica, pubblicato in Gazzetta Ufficiale e attendere il termine della vacatio legis. Solo allora produrrà effetti giuridici.
L’obiettivo dichiarato dal Governo è duplice: alleggerire il sovraffollamento delle carceri e favorire il recupero di chi vive una reale condizione di dipendenza.
L’intenzione è condivisibile, perché la tossicodipendenza e l’alcolismo sono malattie che richiedono cure, assistenza medica, sostegno psicologico e percorsi riabilitativi seri. Tuttavia, una domanda resta aperta: il domicilio è davvero il luogo più adatto per garantire un recupero efficace e la sicurezza della collettività?
La legge prevede condizioni rigorose: il detenuto deve dimostrare l’effettiva dipendenza, il collegamento tra questa e il reato e presentare un programma terapeutico residenziale o semiresidenziale. Inoltre, chi ha una condanna superiore agli otto anni resta escluso dal beneficio.
Ma il problema non è solo giuridico. È soprattutto pratico.
In Italia le forze dell’ordine soffrono da anni di una cronica carenza di personale. Controllare migliaia di persone sottoposte a misure domiciliari è estremamente difficile. Il rischio di violazioni, ricadute nella dipendenza o persino della ripresa di attività illecite non può essere ignorato.
Per questo sarebbe opportuno investire maggiormente in comunità terapeutiche dedicate, anche con un livello di sicurezza adeguato, dove il detenuto possa essere seguito ventiquattro ore su ventiquattro da medici, psicologi, educatori e operatori specializzati. Strutture che uniscano cura, riabilitazione e controllo, senza lasciare tutto il peso della vigilanza alle forze dell’ordine già impegnate in numerose altre attività.
Il recupero deve essere un obiettivo concreto e non soltanto una speranza. Curare significa accompagnare una persona fuori dalla dipendenza con un percorso serio, verificabile e protetto, non semplicemente cambiarle il luogo in cui sconta la pena.
C’è anche un altro aspetto che non può essere ignorato. In Italia esistono famiglie che, pur animate dall’amore per un figlio, sono diventate di fatto ostaggio della sua dipendenza. Le crisi di astinenza possono provocare aggressività, minacce, furti in casa, violenze psicologiche e, in alcuni casi, anche fisiche. Sono situazioni drammatiche che lasciano genitori, coniugi e figli nell’impotenza.
Per questo motivo, affidare il percorso riabilitativo esclusivamente alla permanenza in ambito domestico rischia di trasferire sulla famiglia un peso enorme. Una casa non dispone di personale sanitario, psicologi, educatori o operatori in grado di intervenire nelle fasi più critiche della dipendenza.
Proprio perché la tossicodipendenza è una patologia, il luogo più adatto per affrontarla dovrebbe essere una comunità terapeutica specializzata, anche ad alta vigilanza quando necessario, dove la persona possa essere curata e controllata, senza esporre i familiari a situazioni di pericolo o a responsabilità che non possono sostenere.
Aiutare chi soffre di una dipendenza è un dovere dello Stato. Ma è altrettanto doveroso proteggere le famiglie, che non possono diventare infermieri, psicologi, educatori e custodi allo stesso tempo. Curare una malattia non significa spostare il problema dal carcere alle mura di casa: significa creare strutture capaci di garantire insieme recupero, sicurezza e dignità per tutti.
Una società giusta deve saper tendere la mano a chi vuole davvero cambiare, ma ha anche il dovere di garantire sicurezza ai cittadini. Le due esigenze non sono in contrasto: possono convivere, se lo Stato investe in strutture adeguate e in controlli realmente efficaci.
Curare chi sbaglia è un dovere, ma proteggere la società è un obbligo altrettanto importante.
Forse è arrivato il momento di cambiare prospettiva. Invece di trasferire il problema nelle abitazioni, lo Stato dovrebbe investire nella costruzione di strutture terapeutiche dedicate, anche ad alta vigilanza, destinate ai detenuti affetti da gravi dipendenze. Luoghi in cui la pena e la cura possano convivere, garantendo sicurezza, assistenza sanitaria e un reale percorso di recupero.
Sarebbe un investimento che produrrebbe benefici sotto molti aspetti: più posti disponibili negli istituti penitenziari ordinari, maggiore tutela per le famiglie, cure più efficaci per i detenuti e nuove opportunità di lavoro per medici, psicologi, psichiatri, educatori, operatori sociosanitari e personale di Polizia Penitenziaria. Un investimento che rafforzerebbe contemporaneamente la sanità, la giustizia e la sicurezza non solo per i detenuti affetti da tossicodipendenza e alcoldipendenza, ma anche per coloro che presentano gravi disturbi psichiatrici, quando questi richiedono un percorso terapeutico intensivo e compatibile con l’esecuzione della pena. L’obiettivo dovrebbe essere quello di garantire cure appropriate, tutela della sicurezza e percorsi di riabilitazione personalizzati. Le famiglie non possono essere lasciate sole a gestire situazioni estremamente complesse. Una grave dipendenza o un serio disturbo psichiatrico richiedono competenze, assistenza continua e ambienti protetti che una normale abitazione non può garantire. Uno Stato forte non sposta il problema da un luogo all’altro: costruisce le strutture necessarie per affrontarlo con responsabilità, umanità ed efficacia.
Una dipendenza non si cura lasciando una persona sola tra le mura di casa. Si cura con professionalità, presenza costante e strutture adeguate.
Un paziente con una grave malattia non viene dimesso dall’ospedale il primo giorno di terapia sperando che la famiglia riesca a fare tutto. Ha bisogno di un reparto specializzato, di controlli continui e di professionisti preparati. Lo stesso principio dovrebbe valere per chi deve affrontare una grave dipendenza. Solo così il recupero può essere reale e la sicurezza di tutti tutelata.
Curare davvero chi soffre di una dipendenza o di un grave disturbo psichiatrico non significa solo aiutare una persona: significa proteggere l’intera società. Quando il recupero avviene in strutture specializzate, con professionisti qualificati e percorsi terapeutici seri, diminuisce il rischio di recidiva, si riducono le situazioni di pericolo e si offre una concreta possibilità di rinascita. Una società che investe nella cura è una società più sicura, perché la prevenzione e la riabilitazione sono le forme più intelligenti di tutela della collettività.
Un albero malato non guarisce semplicemente cambiando terreno. Ha bisogno di essere potato, curato e seguito ogni giorno. Solo allora potrà tornare a dare frutti sani, senza mettere in pericolo il bosco che lo circonda.










