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L’eskimo sotto la giacca. La morte di Guccini e… quel ragazzo che continua a vivere sotto i nostri abiti da adulto

L’eskimo sotto la giacca. La morte di Guccini e… quel ragazzo che continua a vivere sotto i nostri abiti da adulto

da Maurizio
7 Agosto 2026
in cultura, opinioni, ricordi
Tempo di lettura: 7 minuti
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Oggi se ne va un pezzo della nostra giovinezza. Addio a Francesco Guccini, l’artista che ha insegnato a una generazione che perfino gli errori possono diventare poesia

di Maurizio Bonanno

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La morte di Francesco Guccini non è soltanto la notizia della scomparsa di uno dei più grandi cantautori italiani. È qualcosa di più sottile. È uno di quegli avvenimenti che non fanno rumore fuori, ma dentro. Ti costringono ad aprire un cassetto che avevi chiuso con cura e dal quale, all’improvviso, esce il profumo di un tempo che non c’è più.

Umberto Eco lo definì “il più colto dei nostri cantautori”. Era vero. Ma per noi non era questa la sua grandezza. Per noi era semplicemente Guccini. Quello che riusciva a raccontare la provincia quando la provincia sembrava un universo. Quello che dava dignità alle osterie, ai binari, ai paesi dimenticati, alle amicizie, alle sconfitte. Quello che trasformava la vita quotidiana in letteratura senza mai farla sembrare letteratura.

Per chi è nato negli anni Sessanta non era soltanto un cantautore. Era una bussola. Una voce che sembrava conoscere le nostre inquietudini prima ancora che imparassimo a dare loro un nome.

guccini 2

Gli anni del liceo furono anni di particolare intensità. Certo, lo sono per tutti, in ogni epoca. È il tempo in cui ogni emozione è assoluta, ogni convinzione sembra definitiva, ogni ingiustizia appare insopportabile e il futuro ha ancora il volto delle infinite possibilità.

C’erano sempre una chitarra, un registratore e un disco di Guccini. Non serviva ascoltarlo in silenzio. Anzi. Le sue canzoni erano fatte per essere interrotte dalle discussioni, dalle risate, dalle convinzioni assolute di chi aveva vent’anni e pensava che il futuro fosse un diritto e non una conquista. Lui ci parlava di locomotiva, di Cyrano, di Amerigo, di piccoli paesi e di osterie. Noi, senza rendercene conto, stavamo parlando di noi.

Era la stagione in cui si amava senza protezioni, si litigava per un ideale, si passavano intere notti a discutere di politica, di libri, di libertà, di musica, come se da quelle parole dipendesse il destino del mondo. E forse, almeno per noi, era davvero così.

Eravamo ragazzi con pochi soldi e tanti sogni. Con un eskimo addosso e il mondo davanti. Convinti che bastasse la forza delle idee per cambiare tutto. Forse avevamo torto. Ma quanto era bello avere torto in quel modo.

Aveva ragione Guccini: A vent’anni si è stupidi davvero.

Ma che splendida, meravigliosa stupidità era quella!

Poi il tempo ha fatto il suo mestiere.

Abbiamo imparato a lavorare. A rispettare gli orari. A pagare mutui. A mantenere famiglie. Abbiamo sostituito le utopie con le responsabilità. Le assemblee con le riunioni. Le manifestazioni con le scadenze.

Siamo diventati persone affidabili. Persone competenti. Persone che funzionano.

E va bene così. È la vita.

Ma ogni tanto succede qualcosa che incrina questa rassicurante normalità.

Succede che muore Guccini.

E allora, quasi senza accorgercene, torniamo a cercare quella voce roca che ci raccontava settembre, il tempo che passa, gli amici perduti, le illusioni che si pagano “a prezzi d’inflazione”. E ci accorgiamo che non stiamo ascoltando soltanto una canzone.

Stiamo ascoltando noi stessi.

Perché Guccini ci ha insegnato una cosa che nessuna università, nessun manuale, nessuna carriera potrà mai insegnare: il coraggio di essere interi davanti agli altri.

E questa è una lezione che non si dimentica.

Guccini non ci ha regalato slogan. Ci ha regalato dubbi. E forse è stato questo il suo insegnamento più grande. Mentre il mondo cercava certezze, lui ci ricordava che la dignità sta nelle domande. Che si può essere forti anche confessando le proprie fragilità. Che si può invecchiare senza smettere di guardare il mondo con curiosità e con un pizzico di ironia.

La sua musica parlava ai nostri padri, poi ha parlato a noi e continua a parlare ai nostri figli. Ognuno vi trova qualcosa di diverso. Qualcuno cerca la poesia. Qualcuno la politica. Qualcuno l’amore. Qualcun altro semplicemente un rifugio.

bologna via paolo fabbri 1
via paolo fabbri 1

Io ci ritrovo un ragazzo.

Un ragazzo con un eskimo un po’ largo sulle spalle. Gli occhi pieni di futuro. Le tasche quasi vuote. La presunzione di poter cambiare il mondo e la fortuna di non sapere ancora quanto il mondo avrebbe cambiato lui.

Quel ragazzo non aveva imparato a difendersi. Non aveva ancora costruito quelle corazze che oggi chiamiamo esperienza. Era vulnerabile.

Ed era proprio questa vulnerabilità a renderlo incredibilmente vivo.

Forse è questo il privilegio più grande di chi è nato negli anni Sessanta.

Abbiamo avuto il tempo di essere incoscienti prima di diventare competenti. Di sbagliare senza calcolare. Di amare senza strategie. Di credere senza cinismo.

Oggi siamo uomini diversi.

Indossiamo giacche eleganti al posto degli eskimo. Portiamo sulle spalle responsabilità che allora non avremmo nemmeno immaginato. Abbiamo imparato a nascondere le emozioni dietro la compostezza degli adulti.

Eppure, se scaviamo bene, sotto quella giacca elegante, l’eskimo è ancora lì.

Un po’ stinto. Un po’ fuori stagione. Ma ostinatamente nostro.

francesco guccini en italie 1988
3512235 Francesco Guccini, Italy, 1988 (photo); (add.info.: Singer-songwriter Francesco Guccini. Bologna, Italy. 1988); © Mondadori Portfolio/Angelo Cozzi; .

La morte di Guccini, allora, non ci ricorda soltanto che se ne è andato un grande artista. Ci ricorda che il tempo passa per tutti.

Per lui. Per noi.

Per quel ragazzo che credevamo di aver lasciato indietro e che invece continua a camminare accanto a noi, in silenzio.

Ogni tanto riemerge.

Quando sentiamo una vecchia canzone. Quando ritroviamo una fotografia ingiallita. Quando un odore, una strada o un tramonto ci riportano improvvisamente a un’età in cui tutto sembrava ancora possibile.

E allora capiamo che quella non è nostalgia.

È gratitudine.

Per essere stati giovani in un tempo in cui si poteva ancora credere che le canzoni cambiassero il mondo.

Forse non lo hanno cambiato davvero. Ma hanno cambiato noi.

E, in fondo, era già un modo per cambiare il mondo.

Oggi Francesco Guccini se n’è andato davvero.

guccini

Fa impressione perfino scriverlo. Perché, in fondo, eravamo convinti che ci sarebbe sempre stato. Magari lontano dai palcoscenici, nel suo Pavana, con un libro tra le mani, un bicchiere di vino sul tavolo e quell’aria un po’ burbera di chi sembrava voler tenere tutti a distanza, salvo poi accoglierti con una canzone capace di leggerti dentro.

Oggi ci manca già.

Ci manca perché con lui se ne va un altro pezzo della nostra educazione sentimentale. Se ne va una voce che ci ha accompagnato quando diventavamo uomini e continua ad accompagnarci mentre impariamo a diventare vecchi.

Ma c’è una cosa che la morte non riesce a fare.

Non può togliere l’eco di quelle parole che ci hanno costruito.

Perché ogni volta che settembre finirà, ogni volta che qualcuno tirerà fuori una vecchia chitarra, ogni volta che sentiremo parlare di un eskimo, di una locomotiva o di un vecchio paese dell’Appennino, Francesco Guccini tornerà a sedersi accanto a noi.

E noi torneremo, anche solo per pochi minuti, ad avere vent’anni. Con tutta la nostra splendida, irripetibile, meravigliosa ingenuità.

Ma forse il vero privilegio è arrivare a sessant’anni, guardarsi allo specchio e scoprire che, sotto una giacca elegante, c’è ancora quell’eskimo. Un po’ consumato. Un po’ fuori stagione. Ma ancora capace di ricordarci chi siamo stati. E, soprattutto, chi non abbiamo mai smesso di essere.

Perché aveva ragione lui: A vent’anni si è stupidi davvero.

Tags: addioartistacantautoreerrorieskimofrancesco guccinigenerazionegiovinezzamorteragazzo

Maurizio

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