Capitolo apocrifo delle avventure di Don Chisciotte della Mancia e del suo fido Sancho Panza… a Vibonia
Il Cantastorie
«Sancho, amico mio» disse Don Chisciotte, osservando le mura del grande Convento della Biblioteca, «vedo molta agitazione nel Regno. Pare che qualcuno sostenga che abbiamo perduto il convento».
Sancho Panza si grattò la testa.
«In effetti, padrone, il castello è pieno di debiti, i cavalieri non si presentano ai consigli, gli scaffali sono rimasti senza regno e Vostra Signoria ha persino lasciato la presidenza».
Don Chisciotte lo guardò con compassione.
«Ah, Sancho… quanto sei ingenuo. Il convento non l’abbiamo perduto noi. Sono gli altri che hanno deciso di non venirci».
«Ma, padrone… se nessuno viene ai consigli…»
«La colpa è precisamente di chi non viene».
«E chi doveva convincerli a venire?»
«Non certamente io».
Sancho abbassò lo sguardo.
La logica cavalleresca era difficile da comprendere.
«Padrone, il popolo dice che Vostra Signoria aveva promesso di salvare il Convento della Biblioteca».
Don Chisciotte si raddrizzò sulla sella.
«E infatti l’ho salvato».
«Davvero?»
«I libri ci sono ancora».
«Ma il Regno non funziona più».
«Dettagli amministrativi».
«Non si fanno più gli incontri».
«Sono dettagli».
«Le assemblee sono andate deserte».
«Responsabilità altrui».
«I cavalieri hanno disertato».
«Appunto».
«Il convento è fermo».
«Ma non per colpa mia».
Sancho rimase in silenzio.
Aveva imparato che, nel Regno delle giustificazioni, ogni sconfitta poteva essere raccontata come una vittoria incompiuta.
«Padrone, alcuni dicono che sarebbe servito più carisma».
Don Chisciotte sorrise.
«Il carisma è sopravvalutato, Sancho. Basta convocare un consiglio».
«Anche se poi non viene nessuno?»
«L’importante è averlo convocato».
«E se nessuno ascolta il comandante?»
«Allora è evidente che il problema sono i soldati».
Sancho annuì.
Era difficile ribattere a un ragionamento tanto perfetto da non lasciare spazio alla realtà.
Dopo un lungo silenzio, riprese coraggio.
«Padrone… e l’assessorato alla Cultura?»
Don Chisciotte indicò il fedele scudiero con orgoglio.
«Sei il migliore del Regno».
«Perché?»
«Perché sei d’accordo con me. Esegui ogni ordine».
«E questo basta?»
«Nella cavalleria moderna, sì».
Intanto, all’orizzonte, comparvero i mulini.
Sancho sgranò gli occhi.
«Padrone… questa volta sembrano davvero mulini».
Don Chisciotte estrasse la lancia.
«No, Sancho. Sono oppositori».
«Ma girano con il vento».
«Appunto. Lo fanno per confonderci».
Partì al galoppo.
La lancia si spezzò contro una pala.
Cadde.
Si rialzò lentamente.
Si spolverò l’armatura.
Poi, con la dignità che soltanto i cavalieri sanno conservare dopo una caduta, dichiarò: «Avrei vinto, se i mulini si fossero presentati».
Sancho non disse nulla.
Era ormai abituato.
Nel Regno di Vibonia, quando una battaglia si perde, non è mai colpa del cavaliere.
È sempre il mondo ad essersi comportato male.
E così il Convento della Biblioteca continuava a svuotarsi.
Ma tutti poterono consolarsi con una certezza.
La colpa era dei libri.
O forse dei lettori.
Sicuramente non la sua. Non di don Chisciotte!










