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Il mondo sta affogando nel male: basta un istante per perdere ciò che conta davvero

Il mondo sta affogando nel male: basta un istante per perdere ciò che conta davvero

da admin_slgnwf75
8 Agosto 2026
in costume e società
Tempo di lettura: 9 minuti
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Il valore della vita non si insegna soltanto con le parole. Si insegna con l’esempio. I ragazzi ascoltano ciò che diciamo, ma imparano soprattutto osservando ciò che facciamo

di Antonella Moschella

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C’è un modo di vivere sempre più pericoloso: quello di chi pensa che la morte, il dolore e le tragedie appartengano sempre agli altri. Leggiamo una notizia, guardiamo immagini terribili sui social, ascoltiamo l’ennesima tragedia al telegiornale, ci commuoviamo per qualche minuto e poi torniamo alla nostra quotidianità custodendo, quasi inconsapevolmente, una convinzione: a me non accadrà.

È una delle illusioni più pericolose dell’essere umano: l’arroganza di sentirsi invincibile.

Pensiamo di poter correre più forte del pericolo, dominare la strada, sfidare il mare, bere alcolici e metterci comunque alla guida, assumere droghe credendo di poter controllare sempre il nostro corpo e la nostra mente. Guardiamo il telefono mentre guidiamo o attraversiamo una strada, convinti che una distrazione di pochi secondi non possa cambiare un destino.

E invece, a volte, bastano proprio pochi secondi.

Un messaggio sul cellulare, un sorpasso azzardato, un bicchiere di troppo, una sostanza che altera la percezione, un’accelerazione inutile, una gara di velocità, un bagno in mare quando le onde ci stanno chiaramente dicendo di restare a riva.

Poi accade l’irreparabile.

E qualcuno che doveva semplicemente tornare a casa non torna più.

La superficialità dura un istante, ma il dolore che può provocare può durare un’intera vita.

La vita è nostra, certamente, ma non tutte le conseguenze delle nostre scelte ricadono soltanto su di noi. Ed è proprio qui che la libertà incontra un confine che nessuno dovrebbe oltrepassare: la vita dell’altro.

Quando siamo alla guida non abbiamo tra le mani soltanto un volante. Abbiamo una responsabilità verso ogni persona che percorre quella stessa strada. Il pedone che attraversa, il ciclista, il motociclista, l’automobilista che arriva dalla direzione opposta non sono presenze anonime. Dietro ognuno di loro esiste una storia. C’è qualcuno che li ama, qualcuno che li aspetta, qualcuno che guarda l’orologio aspettando di sentire una chiave girare nella porta.

Lo stesso vale quando sfidiamo il mare ignorandone la forza. Entrare in acqua in condizioni proibitive, oltrepassare i propri limiti o sottovalutare una corrente può significare costringere un’altra persona a rischiare la propria vita per salvare la nostra. Quel soccorritore, con o senza divisa, non è semplicemente qualcuno che “deve intervenire”. È un essere umano. Ha una famiglia, dei figli, dei genitori, degli affetti. Anche lui è atteso da qualcuno.

Non abbiamo il diritto di trasformare la nostra imprudenza nel dolore di un’altra famiglia.

Essere prudenti non significa avere paura. Significa avere rispetto per la vita. Rallentare è rispetto. Non utilizzare il telefono alla guida è rispetto. Non guidare dopo aver bevuto o assunto sostanze è rispetto. Rinunciare a una sfida pericolosa è rispetto. Fermarsi davanti a un rischio inutile non significa essere codardi, ma essere responsabili.

Perché talvolta accade la cosa più ingiusta e terribile: non muore chi aveva scelto il rischio. Muore chi non aveva scelto nulla. L’innocente.

E allora, prima di un gesto imprudente, dovremmo imparare a chiederci non soltanto: “Cosa potrebbe accadere a me?”, ma soprattutto: “Chi potrebbe pagare per quello che sto facendo?”.

La vita degli altri non può diventare il prezzo della nostra superficialità.

Ma esiste anche un’altra forma di superficialità. Non corre sulle strade e non sfida le onde. Si nasconde nelle parole, nell’arroganza, nella prepotenza, nella mancanza di empatia.

Una parola può non lasciare sangue sull’asfalto, eppure può ferire profondamente.

Il bullismo, il cyberbullismo, l’umiliazione, l’isolamento e la persecuzione psicologica possono scavare ferite invisibili. Una fotografia diffusa per deridere, un commento crudele, cento messaggi offensivi, un gruppo che prende di mira sempre la stessa persona possono trasformare lentamente la sua quotidianità in un inferno.

E troppo spesso tutto viene liquidato con una frase: “Stavamo scherzando”.

Ma uno scherzo è tale soltanto quando ridono tutti. Se uno ride e l’altro torna a casa piangendo, non è più uno scherzo.

Non sappiamo quale battaglia stia combattendo dentro di sé chi abbiamo davanti. Una persona che appare forte può nascondere una fragilità enorme. Per questo provocare, perseguitare, umiliare qualcuno o spingerlo verso la disperazione non può mai essere considerato un gioco. E istigare una persona a farsi del male significa oltrepassare uno dei confini più gravi della responsabilità umana.

Le parole hanno un peso. Possono essere carezze, ma possono diventare pietre.

E accanto alla superficialità e alla prepotenza esiste un altro male silenzioso: l’indifferenza.

È l’indifferenza di chi vede una persona bullizzato e tace. Di chi vede un amico ubriaco prendere le chiavi dell’automobile e lo lascia partire. Di chi assiste a un’aggressione e filma invece di soccorrere. Di chi osserva una persecuzione sui social e aggiunge una risata.

L’indifferenza è pericolosa proprio perché spesso non fa rumore.

Non siamo responsabili di tutto il male che accade intorno a noi, ma ci sono momenti nei quali voltarsi dall’altra parte significa lasciare qualcuno completamente solo davanti a quel male.

Dobbiamo allora recuperare un principio che sembra essersi smarrito: siamo custodi gli uni degli altri.

E la prima scuola di questa responsabilità dovrebbe essere la famiglia.

Essere genitori significa anche avere il coraggio di dire no. Non tutti i no sono privazioni: alcuni sono straordinarie forme d’amore. Un limite posto al momento giusto può proteggere un figlio molto più di mille concessioni.

Ma il valore della vita non si insegna soltanto con le parole. Si insegna con l’esempio.

Non possiamo chiedere ai ragazzi di non usare il telefono alla guida se siamo noi i primi a farlo. Non possiamo pretendere rispetto se ci vedono umiliare e giudicare gli altri. Non possiamo parlare loro di empatia se davanti alla sofferenza scegliamo l’indifferenza.

I ragazzi ascoltano ciò che diciamo, ma imparano soprattutto osservando ciò che facciamo.

Viviamo in una società che corre velocissima e che, proprio nella sua corsa, rischia di perdere ciò che dovrebbe custodire maggiormente: il valore della vita, il rispetto dell’altro, la coscienza del limite e la capacità di distinguere ciò che possiamo fare da ciò che è giusto fare.

E forse è proprio questo uno dei drammi del nostro tempo: il mondo sta lentamente affogando nel male e spesso non se ne accorge più.

Il male sa trascinare. Non sempre arriva con il volto spaventoso che immaginiamo. A volte arriva attraverso una piccola scelta, una debolezza, una sfida, una dipendenza, una parola cattiva, una risata sulla sofferenza altrui, un gesto compiuto pensando che tanto non accadrà nulla.

Per chi crede in Dio, tutto questo assume anche un significato spirituale profondo.

Satana è colui che divide, inganna e istiga al male. La sua più grande insidia è far apparire innocuo ciò che può distruggere, convincere l’uomo che tutto sia lecito e trasformare la libertà nell’illusione di poter fare qualsiasi cosa senza conseguenze.

Il male raramente bussa alla porta presentandosi con il proprio nome.

Molto più spesso sussurra: “Che sarà mai?”.
“Lo fanno tutti.”
“Solo questa volta.”
“Non succederà niente.”

Ed è così che una piccola superficialità può diventare imprudenza, l’imprudenza tragedia, una battuta umiliazione, l’invidia persecuzione, una dipendenza schiavitù, l’indifferenza abbandono.

Quando l’uomo si allontana dal bene finisce lentamente per allontanarsi anche dall’uomo. E, per chi ha fede, allontanandosi da Dio rischia di perdere quella bussola interiore che gli ricorda che l’altro non è un ostacolo, un bersaglio o uno sconosciuto: è un fratello e la sua vita è sacra quanto la nostra.

Forse dovremmo davvero fermarci e domandarci dove stiamo andando.

Assistiamo a violenza, dipendenze, bullismo, prepotenza, solitudine, arroganza e indifferenza. Non significa attribuire ogni tragedia alla mancanza di fede. Significa però riconoscere che una società che perde il senso della coscienza, della responsabilità, dell’amore e del rispetto rischia prima o poi di divorare se stessa.

Perché il mondo non si distrugge soltanto con le bombe e con le guerre.

Si distrugge un poco ogni volta che scegliamo il male quando avremmo potuto scegliere il bene. Quando il dolore dell’altro smette di riguardarci. Quando umiliare diventa divertimento. Quando filmare diventa più importante che soccorrere. Quando una vita vale meno di una sfida, di un bicchiere, di uno sballo, di qualche secondo guadagnato sulla strada o di qualche visualizzazione sui social.

Eppure, per chi ha fede, rimane una certezza alla quale aggrapparsi: il male non avrà l’ultima parola.

Dio ci ha creati liberi e proprio dentro questa libertà ci chiama ogni giorno a scegliere da quale parte stare.

Possiamo essere la mano che spinge o quella che rialza. La parola che ferisce o quella che consola. Lo sguardo che passa oltre o quello che si ferma. Possiamo alimentare il male oppure interromperne la catena.

Satana divide, Dio unisce.
Il male distrugge, l’amore ricostruisce.
L’indifferenza abbandona, la fede ci insegna a riconoscere nell’altro un fratello.

Forse la vera rivoluzione di cui abbiamo bisogno non richiede grandi discorsi: tornare al bene, tornare alla coscienza, tornare a Dio.

Perché il contrario dell’indifferenza non è semplicemente l’attenzione.

È l’amore.

Il mondo è come un immenso mare nel quale navighiamo tutti sulla stessa barca. Il male è una corrente insidiosa: inizialmente sembra quasi innocua, ma se ci abbandoniamo ad essa può trascinarci lontano senza che ce ne rendiamo conto. La superficialità ci impedisce di vedere il pericolo, l’arroganza ci convince di poter dominare le onde e l’indifferenza ci permette di continuare a navigare mentre accanto a noi qualcuno sta affogando.

Ma una riva esiste sempre.

Per chi crede, quella riva è Dio.

È la coscienza che ci richiama quando stiamo andando nella direzione sbagliata. È il bene che continua a indicarci la strada. E ogni gesto d’amore può diventare una corda lanciata verso qualcuno che sta affondando: una parola che consola, una mano che trattiene, un “no” pronunciato al momento giusto, il coraggio di intervenire mentre tutti gli altri stanno semplicemente guardando.

Nessuno attraversa questa vita completamente da solo. Ogni nostra scelta può diventare un’onda che travolge oppure una mano che salva.

Questa è forse la morale più importante: la vera forza non consiste nel sentirsi invincibili, ma nel riconoscere i propri limiti; non consiste nello sfidare sempre il pericolo, ma nel sapere quando fermarsi; non consiste nel dominare gli altri, ma nell’avere abbastanza umanità da proteggerli.

Siamo tutti di passaggio su questa terra. La vita non ci appartiene come un oggetto da usare senza limiti: ci è stata affidata come un dono. La nostra e quella delle persone che incontriamo lungo il cammino.

Custodiamola. Perché il male può trascinarci via in un istante, mentre il bene può riportarci a riva.

E per chi ha fede, quella riva ha un nome: Dio.

A volte basta un solo istante per distruggere ciò che abbiamo di più prezioso, ma per comprendere il valore di ciò che abbiamo perduto potrebbe non bastare un’intera esistenza.

Tags: esempiomalemondoparoleragazzisatanavita

admin_slgnwf75

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