Il cinema sceglie Zungri. E lo fa con un regista, Mimmo Calopresti, e un cast di primo piano. Le Grotte di Zungri hanno dimostrato ancora una volta di possedere qualcosa che il cinema cerca
Un luogo del Vibonese scelto per diventare, sul grande schermo, un pezzo di Nazareth. E a individuarlo è stato Mimmo Calopresti: un importante riconoscimento alla bellezza e all’unicità delle Grotte di Zungri.
Ed è motivo di autentica soddisfazione che sia stato un professionista come Mimmo Calopresti, regista calabrese di riconosciuta sensibilità e autorevolezza, a scegliere questo straordinario angolo del territorio vibonese come set di “Giuseppe. Il padre terreno”, cortometraggio dedicato alla figura di Giuseppe e al suo rapporto, umano prima ancora che religioso, con un figlio dal destino irripetibile.
Zungri, all’ombra del Monte Poro, per alcuni giorni è diventata Nazareth.
Questo perché le sue grotte, con quel paesaggio quasi fuori dal tempo, evocano suggestioni che possono ricordare una piccola Petra o alcuni villaggi della Cappadocia. Un patrimonio che continua a interrogare gli studiosi e che rimanda a una storia antica, legata anche alla presenza di comunità cristiane di tradizione bizantina. Una storia ancora in parte da conoscere e, proprio per questo, ancora più affascinante.
Perché Zungri, con la sua pietra, i suoi silenzi e la sua atmosfera sospesa, sembra il luogo naturale per una storia così. A interpretare Giuseppe è Marcello Fonte, Palma d’Oro al Festival di Cannes nel 2018. Al suo fianco Annalisa Giannotta nel ruolo di Maria, Giuseppe Russo in quello di Gesù e Francesco Colella nei panni di Giovanni Battista.
Un gruppo di interpreti importanti, chiamato a dare volto e anima a una storia che, nelle intenzioni di Calopresti, vuole allontanarsi dalle rappresentazioni convenzionali per raccontare soprattutto l’uomo Giuseppe: le sue fragilità, le sue paure, il timore di non essere all’altezza di un figlio il cui destino è già scritto.
Non è peraltro la prima volta che queste grotte entrano nell’immaginario cinematografico. Qui sono state girate anche alcune scene de “Il monaco che vinse l’Apocalisse” di Jordan River, dedicato alla figura di Gioacchino da Fiore. Un’altra conferma di quanto questo patrimonio possa offrire al cinema italiano.
Ma forse la cosa più bella è stata vedere, nei giorni delle riprese, una comunità partecipare con orgoglio all’arrivo della troupe. Gli abitanti di Zungri hanno accompagnato il lavoro del cast e della produzione con quella spontanea disponibilità che nasce quando un territorio comprende di essere protagonista, e non semplice sfondo.
È questa, in fondo, la soddisfazione più grande. Perché ogni volta che un regista, uno sceneggiatore, un attore, un fotografo o un artista guarda alla Calabria e decide di raccontarla, significa che qualcosa di questa terra è riuscito a superare i confini della quotidianità.
E le Grotte di Zungri hanno dimostrato ancora una volta di possedere qualcosa che il cinema cerca disperatamente: un’identità vera.
Non servono effetti speciali quando la scenografia l’ha costruita la storia. Zungri è lì da secoli. Adesso, grazie al cinema, può essere scoperta anche da chi ancora non la conosce.











