Raccontare il passato, quando lo si fa con passione e rigore, significa non soltanto conservarlo, ma permettere a chi verrà dopo di riconoscersi ancora in quelle radici
Oltre due ore di attenzione, una piazza gremita e un filo invisibile capace di unire memoria, fede, storia e identità. È stata una serata di grande partecipazione quella dedicata alla presentazione del volume Alle radici della devozione. San Foca a Francavilla. Memoria, culto e tradizione, pubblicato da Libritalia e firmato da Franco Torchia.
Non una semplice presentazione editoriale, ma un vero momento di comunità, nel quale il libro è diventato il punto di partenza per ripercorrere pagine della storia di Francavilla Angitola e, attraverso la figura di San Foca, comprendere il rapporto profondo tra una comunità e le proprie radici. A guidare l’incontro è stato lo scrittore e conduttore radiofonico Domenico Nardo, che ha accompagnato i diversi momenti della serata. Dopo i saluti del sindaco Giuseppe Pizzonia, sono arrivati gli interventi di esponenti del mondo culturale.
Monsignor Giuseppe Fiorillo, ha posto l’accento sul valore della lettura e sulla ricchezza di testimonianze e valori che emergono dal lavoro di Torchia. Tra i relatori anche il giornalista Vincenzo Varone, che ha definito il volume «un’opera che è insieme storia, emozioni e sentimenti», sottolineando come Torchia, attraverso una ricerca attenta e una «penna indomabile», abbia riportato alla luce oltre cento anni di storia di Francavilla, consegnandoli alle nuove generazioni.
Il pubblico ha rappresentato uno degli elementi più significativi della serata. Numeroso e partecipe, ha seguito con attenzione gli interventi confermando quanto sia ancora forte il bisogno di ritrovare nelle proprie origini le ragioni di un’identità condivisa.

Particolarmente significativi anche i messaggi arrivati: Antonio Paolillo, da Filadelfia, ha scritto: «La tua opera ha un valore immenso: un volume che ogni cittadino di Francavilla dovrebbe avere». Lo storico Lorenzo Malta ha incoraggiato Torchia a proseguire nella sua ricerca con parole che richiamano il valore stesso della memoria: «Se non si narra non si tramanda e chi, come te, racconta diventa l’anello di una catena che raccorda il passato al presente».
Anche Vittoria De Caria ha voluto esprimere il proprio apprezzamento, definendo Torchia «storico, ricercatore e poeta» e sottolineando il significato della sua opera nella riscoperta di una figura che appartiene non soltanto alla dimensione religiosa, ma anche alla memoria e all’identità della comunità.
Apprezzati, inoltre, gli interventi di Giovanni Bianco, Vito Caruso, Romeo Aracri, Giuseppe Pallone, che hanno contribuito al confronto con ulteriori riflessioni.
A chiudere l’incontro è stato lo stesso Franco Torchia. Con evidente emozione, l’autore ha ringraziato quanti hanno condiviso con lui questa importante tappa del suo percorso, tornando con il racconto agli anni dell’infanzia e a quei luoghi di Francavilla che custodiscono ricordi personali e collettivi. Tra questi, lo spazio a pochi passi dalla chiesa, da cui lo sguardo del bambino poteva raggiungere l’azzurro del mare: un’immagine rimasta impressa nella memoria e diventata, nel tempo, parte di quel rapporto profondo con il paese che ha alimentato la sua ricerca.

Il volume nasce infatti anche da questo legame: dalla volontà di recuperare documenti, testimonianze e vicende del passato per sottrarli all’oblio e restituirli alla comunità. La devozione a San Foca diventa così una porta d’ingresso nella storia di Francavilla, nelle sue trasformazioni, nelle sue tradizioni e nelle vicende di uomini e donne che ne hanno costruito l’identità.
La serata è stata impreziosita anche dalla musica, con gli interventi del maestro Giuseppe Runca e di Carmela Ruggiero, che hanno accompagnato e arricchito un appuntamento già particolarmente intenso.
Alla fine, è rimasta soprattutto la sensazione di aver condiviso qualcosa che va oltre la presentazione di un libro: la riscoperta di una memoria comune. Perché raccontare il passato, quando lo si fa con passione e rigore, significa non soltanto conservarlo, ma permettere a chi verrà dopo di riconoscersi ancora in quelle radici.










