Le comunità hanno radici: strapparle per mode o simboli è un errore. Sostituire storie locali con etichette nuove non è onorare, è cancellare
di Maurizio Bonanno
Cambiare il nome di una villa (come si sta decidendo di fare a Stefanaconi) o stravolgere una piazza (come si sta facendo a Vibo Valentia) può sembrare un dettaglio amministrativo. In realtà è un colpo alla memoria collettiva.
A Stefanaconi si sta discutendo sulla decisione di cancellare la dedica a una figura locale per sostituirla con quella del giudice Rosario Livatino. Un uomo giusto, un martire civile che merita di essere ricordato. Ma non così: non cancellando chi già faceva parte della storia del posto.
Situazioni che definire “strane” è un eufemismo, come ad esempio accade a Vibo Valentia, dove piazze antiche vengono “rigenerate” fino a diventare irriconoscibili. Si parla di valorizzazione, ma in realtà si cancella l’identità. Perché un luogo senza memoria è un non-luogo: bello nelle brochure, ma vuoto per chi lo vive.
È facile intestarsi nomi altisonanti o inaugurare spazi scintillanti. Più difficile è rispettare la storia, ascoltare la comunità, aggiungere invece di sostituire. Le figure nazionali si onorano creando nuove tracce, non cancellando quelle esistenti.
Un amministratore non è un proprietario: è un custode. E un custode non strappa le radici, le protegge. Perché una comunità senza radici è solo un’ombra: intercambiabile, fragile, destinata a perdersi.
In molti piccoli comuni italiani si sta affermando una pratica che appare nobile nelle intenzioni ma devastante negli effetti: cancellare la memoria storica dei luoghi per sostituirla con nomi o assetti urbanistici che nulla hanno a che fare con la tradizione locale.
Il caso di Stefanaconi è emblematico: una villa comunale intitolata a una persona del posto, la cui vita era intrecciata a quella della comunità. Un frammento di identità condivisa, sedimentata nel tempo. Oggi quel nome viene rimosso per sostituirlo con quello del giudice Rosario Livatino. Una figura di straordinario valore civile, che merita di essere ricordata in tutta Italia. Ma lo merita così? Con una sostituzione che cancella un pezzo di storia locale?
Come con le piazze “rigenerate” (o con quelle ridisegnate per creare nuovi “larghi” cui dare un nome) di Vibo Valentia trasformate radicalmente, si attua un processo che non riqualifica, ma omologa. I luoghi diventano anonimi, perdono il carattere che li rendeva unici. E soprattutto si spezza il filo della memoria, che non si costruisce con progetti di arredo urbano ma con il rispetto per ciò che ci è stato consegnato.
Non si tratta di opporsi al ricordo di eroi civili o al rinnovamento degli spazi pubblici. Si tratta piuttosto di chiedere che la memoria non venga sacrificata a decisioni superficiali, prese da amministratori che spesso non conoscono la storia ultracentenaria dei luoghi che sono chiamati a governare. Perché intitolare un viale o rifare una piazza non è un gesto neutro: è un atto di identità.
Ci sono mille modi per onorare figure nazionali senza cancellare la memoria locale: creare nuovi spazi, nuove targhe, percorsi educativi, iniziative culturali. La vera modernità non è nella sostituzione, ma nell’aggiunta. Non nell’appiattire, ma nel moltiplicare le tracce di memoria.
Chi amministra un territorio dovrebbe ricordare che non è padrone dei suoi simboli: ne è custode. E la custodia significa rispetto. Perché senza memoria nessuna comunità può dirsi davvero viva.