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Mentre si grida a Gaza, si dimentica l’Ucraina: il ritorno dell’odio travestito da solidarietà

Mentre si grida a Gaza, si dimentica l’Ucraina: il ritorno dell’odio travestito da solidarietà

da Maurizio
5 Ottobre 2025
in editoriale, opinioni
Tempo di lettura: 3 minuti
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110 attivisti italiani sono sopravvissuti a un raid russo vicino a Leopoli, mentre rientravano da una missione di pace. Tra loro anche don Giacomo Panizza

In Italia, l’antisemitismo è tornato. Non con i vecchi slogan, non con le camicie nere, ma con i cori delle piazze “per la Palestina”, ma con le bandiere che accostano la Stella di David al nazismo, con il silenzio su ciò che Israele rappresenta: una democrazia occidentale, imperfetta come tutte, ma bersaglio di un terrorismo islamista che rifiuta la convivenza e la pace.

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Sotto le mentite spoglie della “solidarietà al popolo di Gaza”, si è insinuato un rigurgito velenoso: l’odio verso Israele, che troppo spesso si confonde — o si finge di confondere — con l’odio verso gli ebrei. La sinistra radicale e una parte dell’opinione pubblica cattolica sembrano aver perso ogni senso critico, pronte a scendere in piazza contro Tel Aviv ma silenziose di fronte ai massacri veri — quelli che non si prestano a slogan facili o a narrazioni ideologiche.

Nel frattempo, però, l’altra guerra — quella che minaccia davvero la libertà dell’Europa — viene lasciata ai margini. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia non fa più notizia, non infiamma le piazze, non muove le coscienze. Eppure, è lì che si combatte il cuore del futuro europeo. Ed è lì che, oggi, 110 attivisti italiani sono sopravvissuti a un raid russo vicino a Leopoli, mentre rientravano da una missione di pace. Tra loro anche don Giacomo Panizza, figura storica del pacifismo italiano, fondatore di Progetto Sud e da decenni impegnato per la giustizia sociale partendo da una realtà difficile e complessa com’è la nostra Calabria.

È un clima che richiama dinamiche pericolose, in cui il confine tra legittima protesta e fanatismo si fa sempre più sottile. E mentre lo sguardo pubblico resta fisso sul conflitto israelo-palestinese, un’altra guerra — quella che si combatte in Ucraina — viene relegata ai margini del dibattito.

Una distrazione che pesa. Questa non era una missione armata. Non era provocazione, non era politica militare. Era il Mean — Movimento Europeo di Azione Nonviolenta — che riunisce 35 associazioni italiane, dalla Chiesa all’associazionismo laico, da Azione Cattolica ad Agesci, da MoVI a Gariwo. Gente che ha scelto di portare presenza, ascolto, sostegno simbolico e pratico al popolo ucraino, aggredito da una potenza autoritaria che punta a riscrivere i confini d’Europa.

Ma questa missione non è entrata nelle apertura dei notiziari. Non ha generato trending topic. Non ha infiammato le piazze. Troppo scomoda, troppo vera. Troppo chiaramente una guerra tra libertà e oppressione.

«Sul treno abbiamo sentito come mitragliate, ci siamo poi resi conto che era la contraerea in risposta a dei droni», racconta don Panizza, ancora scosso. La paura, dice, «è stata tanta», ma la missione «è andata bene». Una dichiarazione che dovrebbe scuotere un Paese intero. E invece, scivola via, ignorata.

don giacomo panizza
don Giacomo Panizza

Mentre ci si accalca per gridare contro Israele — e spesso contro gli ebrei tout court — si tace di fronte al massacro lento e sistematico dell’Ucraina, vittima dell’imperialismo russo. E si dimentica che l’Europa libera, quella che ci permette di protestare, di dissentire, persino di sbagliare, è sotto attacco.

C’è una guerra in corso. E la stiamo ignorando. Per ideologia, per vigliaccheria o, peggio, per una forma mascherata di complicità di certa politica che volentieri strizza l’occhio all’oligarca russo.

Il rischio è duplice. Da un lato, si alimenta un clima ideologico in cui l’antisemitismo si insinua sotto le vesti della militanza. Dall’altro, si smette di guardare dove si sta decidendo il destino dell’Europa. Perché in Ucraina non si combatte solo una guerra territoriale, ma uno scontro tra due visioni del mondo: libertà contro autoritarismo, democrazia contro impero, diritto contro forza.

Ignorare questa realtà significa abbassare la guardia, accettare che il dibattito pubblico venga piegato a logiche emotive e ideologiche locali, ovvero legate alle posizioni politiche che si consumano in Italia, perdendo di vista le priorità geopolitiche e morali del nostro tempo.

E mentre gli slogan riempiono le piazze, chi lavora davvero per la pace — come gli attivisti del Mean — resta nell’ombra. Ma sono loro, oggi, a rappresentare il volto più serio, più silenzioso e più autentico della solidarietà.

Tags: antisemitismoGazaguerrarussiasolidarietàucraina

Maurizio

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