Il gesto di Paolo Campolo, di origine reggina, che nella notte di Capodanno a Crans-Montana ha salvato dieci ragazzi dalle fiamme
Eroe. È una parola abusata, spesso svuotata dal rumore dei social e delle celebrazioni frettolose. Ma la notte di Capodanno a Crans-Montana, tra il fumo acre, le urla e le fiamme che divoravano il locale “Le Constellation”, quella parola ha ritrovato il suo significato più vero. E porta un nome e un cognome calabresi: Paolo Campolo.
Cinquantacinque anni, analista finanziario, italiano con cittadinanza svizzera, originario di Reggio Calabria. Un uomo qualunque, fino a quando l’inferno non si è aperto davanti ai suoi occhi. Una festa che doveva salutare l’anno nuovo si è trasformata in tragedia: il fuoco, il panico, le vie di fuga bloccate, decine di ragazzi intrappolati.
Quando Paolo Campolo vede le fiamme avvolgere il locale, non scappa. Non si gira dall’altra parte. Fa quello che, forse, solo chi è cresciuto in una terra dura e solidale come la nostra Calabria sa fare senza pensarci: corre verso il pericolo.
Raggiunge una porta d’emergenza, ma è bloccata. Dietro il vetro intravede mani, piedi, corpi ammassati. Ragazzi giovanissimi che spingono, che urlano, che stanno soffocando. Con l’aiuto di un altro uomo – uno sconosciuto, come spesso accade nelle storie vere – prova in ogni modo a sfondarla. Calci, spallate, disperazione. Finché la porta cede.
A quel punto succede l’impensabile: i corpi gli cadono addosso. Vivi, ustionati, alcuni coscienti, altri no: “Mi imploravano aiuto”, racconterà poi. Molti parlavano italiano. E tra loro c’era anche il fidanzato della figlia, mentre lei, solo per un contrattempo dell’ultimo minuto, quella sera non era lì.
È in quel momento che Paolo fa un passo oltre la paura. Entra nel locale in fiamme. Rischia tutto. La pelle, i polmoni, la vita. Uno dopo l’altro trascina fuori quei ragazzi, a mani nude, avanti e indietro per interminabili minuti: “Pensavo solo: potrebbero essere i miei figli”.
È una frase che pesa come un macigno e che racconta più di mille analisi psicologiche.

Alla fine, quando il fuoco viene domato e la notte lascia spazio all’alba, il bilancio umano porta anche il suo segno: dieci vite salvate. Dieci giovani che oggi respirano, che avranno ancora un futuro, perché un uomo ha deciso che non poteva voltarsi dall’altra parte.
Paolo Campolo oggi è ricoverato all’ospedale di Sion, con ustioni e ferite. Se la caverà. Altri stanno ancora lottando tra la vita e la morte, compreso il fidanzato della figlia. Ma il gesto resta. Granitico. Incontestabile.
C’è qualcosa di profondamente calabrese in questa storia. Non la retorica, non il folklore. Ma quel senso antico dell’onore, della protezione dei più giovani, dell’aiuto che non si nega, anche quando costa caro. È lo spirito di una terra abituata a resistere, a stringere i denti, a fare comunità nei momenti peggiori.
Quando tutto sarà finito, Paolo Campolo meriterà premi, riconoscimenti, attestati ufficiali. Lo diranno le istituzioni, lo scriveranno le targhe. Ma il riconoscimento più grande è già inciso nei volti di quei ragazzi salvati e nelle lacrime delle loro famiglie.
In una notte di fiamme e paura, un calabrese ha ricordato a tutti cosa significa essere uomini. E, per una volta, la parola “eroe” non è affatto esagerata.








