Nel messaggio di saluto del sindaco appare chiaro quando le rassicurazioni diventano un messaggio politico. Certo, le dimissioni che non fanno rumore, ma spostano gli equilibri
Le dichiarazioni del sindaco Enzo Romeo sulle dimissioni di Francesco Colelli da delegato allo Spettacolo hanno il tono morbido delle comunicazioni che servono a contenere, più che a spiegare. Ringraziamenti, riconoscimenti, attestati di stima. Tutto formalmente corretto. Le parole di Enzo Romeo sono misurate, istituzionali, persino affettuose. Tutto secondo copione. E tuttavia, proprio per questo, politicamente incompleto.
Insomma, a leggere le parole del sindaco, la rinuncia di Francesco Colelli alla delega allo Spettacolo sembrerebbe poco più di un passaggio amministrativo, una scelta personale gestita nel segno della continuità e dell’armonia. Ma la politica, soprattutto a livello locale, raramente coincide con la versione ufficiale dei fatti. E quando un gesto viene accompagnato da troppe rassicurazioni, è lecito domandarsi cosa si stia davvero cercando di tenere sotto controllo.
Perché quando un amministratore rinuncia a una delega, soprattutto in una fase non terminale della consiliatura, il gesto non è mai neutro. E non lo è nemmeno quando viene accompagnato da parole distensive, che sembrano voler chiudere la vicenda prima ancora che si apra davvero.
Il sindaco insiste su un punto: Colelli “continuerà ad essere una risorsa”, “un tassello importante”, “un uomo al servizio della città”. Tutto vero, probabilmente. Un’affermazione che, letta politicamente, non serve tanto a rassicurare l’opinione pubblica quanto a tenere in equilibrio i rapporti interni. Perché la rinuncia alla delega non è un passo indietro, ma un atto che ridefinisce il perimetro del ruolo politico del consigliere capogruppo. Ma proprio questa insistenza tradisce il vero nodo politico: la rinuncia alla delega è una presa di posizione politica. Un atto che, come già evidenziato, libera le mani a chi lo compie e apre uno spazio di autonomia dentro una maggioranza che, fino a qualche tempo fa, si era presentata come compatta.
La scelta di Colelli appare come una presa di distanza da una funzione che assorbe visibilità e responsabilità, ma riduce il margine di manovra politica. Rinunciarvi significa recuperare autonomia, parola, capacità di incidere su dinamiche più ampie dell’azione amministrativa.
Il “non detto” sta qui. Non nelle parole di circostanza, ma nel silenzio sulle ragioni profonde di una scelta che il sindaco ammette di non aver gradito. Perché se davvero si fosse trattato solo di una decisione personale o tecnica, non ci sarebbe stato bisogno di ribadire con tanta forza l’unità, la dialettica interna al Partito Democratico, la differenza con “altri partiti” chiusi nelle stanze. Quando si sente il bisogno di rivendicare la trasparenza, spesso è perché qualcosa sta scricchiolando. Perché la dialettica non si richiama quando è fisiologica: la si evoca quando rischia di diventare visibile.
La verità è che la scelta di Colelli segnala una diversa postura politica, più autonoma, meno legata alla gestione quotidiana e più orientata al confronto interno sugli equilibri, sulle priorità, sulle prospettive future della maggioranza.
Colelli resta in maggioranza, certo. Ma non è più “anche” il delegato allo Spettacolo. È un consigliere, anzi il capogruppo del principale partito della maggioranza, che ha scelto di segnare un confine, di sottrarsi a una funzione operativa per tornare a esercitare pienamente un ruolo politico. Ed è questo il passaggio che pesa più di ogni ringraziamento ufficiale.
Il sindaco parla di squadra, di futuro, di prossimi anni. Ma la politica locale insegna che le squadre non si misurano quando tutto fila liscio, bensì quando emergono differenze di visione, priorità, metodo. E la rinuncia di Colelli, letta oltre la superficie, è il primo segnale visibile di una dialettica che non potrà essere compressa all’infinito sotto il tappeto della comunicazione istituzionale. C’è un passaggio, sottile ma reale, che apre una fase diversa nei rapporti interni alla maggioranza. Una fase in cui il consenso non può più essere dato per scontato e in cui le scelte politiche peseranno più delle deleghe assegnate.
In altre parole: non è una crisi, ma non è nemmeno un episodio minore. È una mossa che dice più per ciò che non viene esplicitato che per ciò che viene dichiarato. E che chiama l’amministrazione a un chiarimento politico vero, non solo a una rassicurazione pubblica. Il punto è un altro, ed è ciò che nelle dichiarazioni ufficiali resta accuratamente fuori campo.
Il punto, cioè, non è lo Spettacolo. Il punto è la politica. È il peso specifico che alcuni consiglieri rivendicano all’interno della maggioranza, è il rapporto tra ruoli esecutivi e rappresentanza politica, è la gestione del consenso interno in vista delle scelte che verranno. Perché è proprio “nei prossimi anni”, evocati dal sindaco, che questa mossa potrà produrre i suoi effetti.
Dunque, non è il caso di agitarsi perché a Vibo Valentia non è esplosa una crisi. Ma si è aperta una fase nuova, più fluida, meno scontata. E come spesso accade, le vere svolte non arrivano con gli strappi clamorosi, ma con le rinunce silenziose che cambiano le regole del gioco.
Le parole del sindaco chiudono formalmente la vicenda. La politica, quella reale, l’ha appena aperta.










