A Vibo Valentia si è appena celebrato il teatro-canzone di Gaber, l’anticonformista per eccellenza. Ma a Palazzo Luigi Razza l’anticonformismo è specie protetta
Pochi giorni fa, proprio a Vibo Valentia, si è tenuto un incontro per ricordare Giorgio Gaber. Parole alte, applausi convinti, citazioni sul coraggio, sull’anticonformismo, sulla libertà di pensiero. Gaber, il fustigatore della mediocrità. Gaber, quello che non faceva sconti né alla destra né alla sinistra. Gaber, quello che sul palco ti faceva ridere e un secondo dopo ti faceva vergognare.
E intanto, fuori dalla sala, la politica cittadina continuava il suo eterno spettacolo di provincia. Facile immaginarlo con una sua vecchia canzone di successo: Il Riccardo.
Se Giorgio Gaber fosse passato una sera da Vibo Valentia, altro che “Che noia qui al bar”. Avrebbe trovato materiale per un intero repertorio nuovo, tra tavolini traballanti e palazzi comunali ancora più traballanti, tra sospiri, comunicati stampa e conferenze dal sapore tiepido.
Uuuh, che noia qui al Comune, che noia la sera, la sera vedersi qui in Municipio.
Come entri, ci trovi il Sindaco. Non depresso, no: assorto. Concentrato in quella nobile arte tutta vibonese di spiegare che va tutto bene mentre intorno il brusio racconta altro. Tra un post celebrativo e una firma solenne, negli occhi ha la serenità di chi governa una città immaginaria, dove i problemi sono dettagli e le critiche sono folklore.
Poi c’è l’assessore ai lavori pubblici — sempre con una cartellina sotto braccio, come fosse il breviario della speranza. Fra un annuncio «Siamo a un passo dall’avvio dei lavori» e uno “stiamo lavorando per voi”, distribuisce rendering come caramelle. E intanto le strade restano quelle che sono: buche democratiche, senza distinzione di quartiere. Una situazione così rassicurante che il sindaco ha pensato di chiamare un altro assessore per “curare” la manutenzione.
C’è l’assessore al turismo, che annuncia eventi con l’entusiasmo di Broadway, ma il cartellone sembra sempre la replica della replica. E se osi chiedere conto dei risultati, ti senti rispondere che il turismo è un “percorso” tra una fiera e l’altra. Sì, tra un bit ed un bot.
Poi ci sono loro, i ras del consiglio: maggioranza compatta, centrosinistra disciplinato. Votano come un sol uomo, si indignano a comando (di chi?), applaudono a tempo. Non c’è santi: ogni sera la stessa scena, ogni delibera la stessa coreografia. Mai una faccia sorpresa, mai un sopracciglio fuori posto.
E dall’altra parte? Ah, l’opposizione di centrodestra. Quella che dovrebbe graffiare, incalzare, controllare. Quella che dovrebbe essere spina nel fianco e invece sembra un cerotto decorativo. Sospira. Lamenta. Si accalora al bar, ma in aula sembra aver smarrito il microfono. Ogni tanto annuncia battaglia, ma è una battaglia di comunicati, di quelli che non fanno male a nessuno. Se in aula la voce è bassa, fuori è un po’ più alta. Ma sempre con prudenza, che non si sa mai. Fra un’interrogazione e un espresso, ha negli occhi l’infelicità. O forse la rassegnazione.
E il padrone? Il padrone è l’abitudine. È quel clima per cui “tanto è sempre stato così”. Se ti dimentichi di consumare consenso, ti fissano finché non crolli e non prendi un caffè corretto al silenzio.
E mentre in città si celebrava Gaber, l’uomo che smontava le ipocrisie come un meccanico della coscienza civile, qui si continua a praticare lo sport preferito: la gestione dell’ordinario elevata a impresa epica. Ogni rattoppo diventa rivoluzione, ogni pratica evasa un miracolo amministrativo.
Ma per fortuna che c’è… Riccardo.
Non gioca al biliardo: gioca di penna. Non è di grande compagnia, perché quando scrivi e denunci non sei mai popolare. Però è il più simpatico che ci sia — nel senso più gaberiano del termine. Simpatico perché non si adegua. Perché rompe l’armonia del torpore. Perché, mentre la maggioranza governa e l’opposizione sonnecchia, lui legge le carte, confronta, ricorda, annota.
Scrive. Critica. Si espone.
Non siede in giunta. Non ha assessorati. Non distribuisce deleghe. Distribuisce domande. Legge le carte, confronta date, scava nei numeri. Scrive. Denuncia. Ricorda quello che gli altri preferirebbero dimenticare. È l’unico che si oppone davvero, che chiama le cose col loro nome, che non si accontenta di un “vedremo”. E finisce per sostituirsi a un’intera ala consiliare. Fa più rumore una penna libera che dieci interventi svogliati. Ed è paradossale che, mentre si celebrava Gaber, l’anticonformista per eccellenza, l’unico a praticare davvero quell’anticonformismo civico fosse uno solo.
In una città dove la politica sembra spesso una riunione di condominio senza verbale, lui è quello che alza la mano e chiede: “Scusate, ma questa spesa? Questo incarico? Questa scelta?”. E lo fa con quella fastidiosa abitudine alla coerenza che oggi è scambiata per provocazione.
Ma finché c’è qualcuno che non si rassegna alla noia, che non accetta la mediocrità come destino amministrativo, allora forse non tutto è perduto.
Se Gaber fosse qui, probabilmente sorriderebbe amaro. Perché il suo teatro-canzone era uno specchio: non per farci belli, ma per mostrarci le rughe. E a Vibo Valentia di rughe ce ne sono parecchie: amministrative, politiche, civiche.
Uuuh, che noia qui al Comune, che noia la sera, la sera vedersi qui in Municipio.
Ma c’è ancora qualcuno che non si accontenta del coro.
Eh già, meno male che c’è Riccardo.
Non è di grande compagnia.
Ma è il più simpatico che ci sia.











