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Tagliare la cultura è tagliare la democrazia: a Vibo Valentia porte chiuse alla memoria e Stato assente

Tagliare la cultura è tagliare la democrazia: a Vibo Valentia porte chiuse alla memoria e Stato assente

da Maurizio
4 Marzo 2026
in editoriale, cultura
Tempo di lettura: 4 minuti
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Contratti non rinnovati, oltre 250 lavoratori fuori e musei costretti a chiudere nei giorni feriali. Così il patrimonio pubblico diventa un lusso intermittente e il diritto alla cultura una concessione a orario ridotto

La chiusura infrasettimanale del Museo archeologico nazionale di Vibo Valentia e il ridimensionamento degli orari dell’Archivio di Stato di Vibo Valentia non sono un semplice effetto collaterale burocratico. Sono l’ennesima dimostrazione di quanto, nel nostro Paese, la cultura venga evocata nei discorsi ufficiali e sacrificata nei fatti.

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Oltre 250 lavoratori del settore Cultura, solo in Calabria, sono rimasti senza impiego dal 1° marzo per il mancato rinnovo di contratti scaduti il 28 febbraio. Un emendamento al Dl Milleproroghe avrebbe dovuto garantire la proroga. Non è arrivata. Risultato: musei chiusi cinque giorni su sette, archivi che accorciano l’orario, servizi depotenziati. Il Museo “Vito Capialbi”, nel Castello Normanno Svevo, passa da 15 a 6 unità di personale. L’Archivio di Stato riduce l’apertura proprio mentre studenti e ricercatori avrebbero bisogno di continuità. È questa la tutela del patrimonio?

Vibo valentia museo archeologico nazionale interno

Si ripete come un mantra che la cultura è il “petrolio d’Italia”. Ma quale giacimento si tiene chiuso dal lunedì al venerdì? Quale risorsa strategica si affida a personale precario, lasciato sospeso fino all’ultimo giorno utile? La verità è che la cultura viene considerata una voce comprimibile, un capitolo su cui intervenire quando serve far quadrare i conti o rinviare una decisione politica.

La cultura non è un orpello, né un lusso da concedersi quando i conti lo permettono. È un’infrastruttura immateriale, essenziale quanto una scuola, un ospedale, un tribunale. Una società che si definisce civile non può considerare negoziabile l’accesso ai propri luoghi della memoria e della conoscenza. Musei e archivi non sono depositi di oggetti o carte ingiallite: sono officine di identità, laboratori di consapevolezza, spazi di partecipazione democratica.

La cultura è un diritto. È un presidio di democrazia. Ogni volta che un museo chiude, non si spegne solo una luce su una vetrina: si restringe uno spazio pubblico di conoscenza. Ogni volta che un archivio riduce l’orario, si limita l’accesso alle fonti, alla memoria, alla possibilità di comprendere chi siamo. Senza accesso diffuso alla cultura non c’è cittadinanza piena, ma una democrazia più fragile e più diseguale.

Garantire a tutti l’ingresso ai luoghi della cultura è un atto altamente democratico perché riequilibra le opportunità. Chi non può permettersi viaggi, corsi privati o strumenti costosi trova nei musei e negli archivi un varco aperto sul sapere. Chiudere quei varchi significa allargare la distanza tra chi ha e chi non ha strumenti culturali.

Il direttore regionale dei Musei della Calabria, Fabrizio Sudano, ha segnalato al Ministero la cessazione di oltre 90 unità e il conseguente depotenziamento dei servizi. È un campanello d’allarme che non può restare inascoltato. Perché la questione non riguarda soltanto Vibo Valentia o la Calabria: riguarda l’idea stessa di Stato che vogliamo. Uno Stato che investa nella cultura, è uno Stato investe nella coesione sociale, nella crescita economica sostenibile, nella qualità della democrazia.

museo capialbi 3
museo capialbi 2
museo capialbi 1

E poi, alla vigilia della stagione turistica, mentre si invocano attrattività e valorizzazione, si taglia proprio ciò che rende un territorio attrattivo: la possibilità di fruire del suo patrimonio. È una contraddizione che rasenta l’autolesionismo. Senza personale, non c’è tutela; senza tutela, non c’è valorizzazione; senza valorizzazione, il patrimonio diventa un guscio vuoto. Senza personale non c’è apertura, senza apertura non c’è fruizione, senza fruizione non c’è sviluppo.

Il punto, però, è più profondo. Una società che considera derogabile la cultura accetta di impoverirsi non solo economicamente, ma moralmente. Perché la cultura è il luogo in cui si forma lo spirito critico, si consolida la memoria collettiva, si esercita la libertà di pensiero. È l’antidoto all’indifferenza e all’ignoranza.

La cultura è un presidio indispensabile. Non può essere trattata come una voce residuale di bilancio, né affidata alla precarietà cronica di chi la rende viva ogni giorno. Se vogliamo dirci una società civile, dobbiamo avere il coraggio di considerarla per ciò che è: una priorità non derogabile.

Se vogliamo dirci una società civile, dobbiamo smettere di trattare la cultura come un capitolo secondario e i suoi lavoratori come una variabile accessoria. La democrazia non si difende solo nelle aule parlamentari: si difende anche – soprattutto! – aprendo ogni giorno le porte di un museo, garantendo l’accesso a un archivio, investendo stabilmente su chi custodisce il nostro patrimonio.

Tutto il resto sono slogan. E le porte chiuse, purtroppo, sono fatti.

Tags: archivio di statocalabriacontrattoculturademocraziadirittomemoriaMuseo Archeologico Nazionale “Vito Capialbi”precaripresidiorinnovoVibo Valentia

Maurizio

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