Compagini politiche che – oggi – rinnegano alcune delle loro stesse posizioni, attraverso confusione e disinformazione, stanno tentando di demonizzare questa riforma
di Dalila Nesci*
Ho fatto parte di compagini politiche che – oggi – rinnegano alcune delle loro stesse posizioni. Si tratta di partiti che, attraverso confusione e disinformazione, stanno tentando di demonizzare la riforma costituzionale sulla giustizia voluta dal Governo guidato da Giorgia Meloni. Una riforma che, al contrario, indica una direzione chiara e precisa.
Cinque anni fa ho lasciato il MoVimento 5 Stelle e da libera cittadina ho aderito convintamente al progetto politico di Fratelli d’Italia. Perciò conosco bene le posizioni che il Movimento – oggi guidato da Giuseppe Conte – teneva su “sorteggio” e separazione delle carriere: era favorevole. Quando nel 2018, questa ipotesi iniziò a circolare, molte correnti della magistratura reagirono con una forte opposizione e poi non se ne fece nulla.
Conosciamo, pure, le proposte del Partito Democratico e della sinistra, che negli anni ha presentato diverse proposte di legge sulla separazione delle carriere ed approvato nel 1999, con Massimo D’Alema Presidente del Consiglio, la “riforma del giusto processo”.
È proprio osservando queste dinamiche che emerge tutta la fragilità di molte dichiarazioni politiche odierne. È l’atteggiamento che potremmo definire degli “invecisti”: quelli sempre pronti a dire di avere un’idea migliore della tua, ma incapaci di realizzarla quando dispongono davvero dei poteri di governo e degli strumenti politici per farlo.
La separazione delle carriere deve essere completata e realizzarsi pienamente, anche negli organi di autogoverno della magistratura. Sdoppiare il CSM, distinguendo tra carriera requirente e carriera giudicante, è necessario per rafforzare la terzietà del giudice e superare le degenerazioni del sistema delle correnti all’interno della magistratura che abbiamo conosciuto attraverso il c.d “caso Palamara”.
Sul sorteggio voglio essere chiara: non è una soluzione salvifica. Non siamo più nel tempo dei miti e degli eroi. È però una soluzione pragmatica e trasparente, che può garantire maggiore equilibrio. Oggi non esiste vera trasparenza politica nelle nomine del CSM: i parlamentari ricevono un nome via messaggio e votano in un’urna segreta, mentre i magistrati si organizzano in cordate. Con il sistema del sorteggio previsto dalla riforma, le liste di candidati, sia laici che togati, dalle quali si attingerà, saranno conoscibili e consultabili. Per questo trovo infondata l’accusa secondo cui questa riforma sarebbe punitiva verso la magistratura e premiale verso la politica. Chi sostiene questa tesi probabilmente non conosce fino in fondo le dinamiche parlamentari o ne sottovaluta le implicazioni.
Da ex parlamentare della Repubblica e già sottosegretario di Stato, so quanto sia complesso portare avanti una riforma di questo tipo: servono competenze tecniche, lavoro istituzionale ed una forte coesione politica. Personalmente ritengo che non si sarebbe nemmeno dovuta sottoporre a referendum, perché si tratta di una riforma tecnica che per lo più giuristi e operatori del settore possono valutare pienamente.
Il Parlamento avrebbe potuto – e forse dovuto – assumersi la responsabilità di approvarla con una maggioranza bipartisan, considerando che nel tempo diverse forze politiche hanno espresso posizioni simili nella stessa direzione.
Fratelli d’Italia ha scelto invece di affidarsi ai cittadini, con un atto di fiducia democratica che considero significativo. Mi auguro che questo venga raccolto con una grande partecipazione al voto.
Il 22 e 23 marzo 2026 andrò alle urne. E voterò convintamente Sì alla riforma della giustizia.
*già Parlamentare e Sottosegretario di Stato









