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Andreacchi lascia il 118: quando a dimettersi è la competenza (e a perdere è tutto il sistema)

Andreacchi lascia il 118: quando a dimettersi è la competenza (e a perdere è tutto il sistema)

da Maurizio
24 Marzo 2026
in sanità
Tempo di lettura: 3 minuti
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A rendere ancora più chiaro il quadro è la reazione del personale del 118. Una nota composta, priva di toni polemici, ma carica di significato

Le dimissioni di Francesco Andreacchi, storico responsabile della Sala operativa Sud del 118 in Calabria, non sono una semplice notizia amministrativa. Sono, piuttosto, il segnale grave e inequivocabile di una frattura profonda tra chi il sistema dell’emergenza lo costruisce e lo vive ogni giorno e chi invece dovrebbe garantirne le condizioni di funzionamento.

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Trent’anni di servizio – iniziati il 6 giugno del 1997 – non si archiviano con una comunicazione formale senza che questo lasci interrogativi pesanti. E soprattutto, senza che si accenda una riflessione seria su ciò che sta accadendo dentro la sanità calabrese.

Andreacchi non è un dirigente qualsiasi. È un medico che questa redazione conosce personalmente e di cui ha avuto modo di apprezzare negli anni la puntualità, il rigore e un senso del dovere che va ben oltre il ruolo ricoperto. La sua scelta di lasciare, maturata dopo un periodo di crescente tensione con i vertici di Azienda Zero, non può essere liquidata come una vicenda individuale. È, al contrario, una presa di posizione netta, quasi estrema, contro un modello che – a suo dire – non gli consentiva più di lavorare.

andreacchi f

Le sue parole sono inequivocabili: “totale incompatibilità”, “vera e propria ostilità”, “nessuna libertà di azione”. Non dichiarazioni di circostanza, ma accuse precise che chiamano in causa direttamente l’organizzazione e, in particolare, la direzione sanitaria. Quando un professionista con questa esperienza afferma di non poter più fare il proprio lavoro, il problema non è il professionista.

Ancora più significativo è il merito delle questioni sollevate. Andreacchi denuncia il blocco di progetti formativi fondamentali: momenti di confronto tra centrale operativa e personale sul territorio, tra chi coordina e chi interviene concretamente nelle emergenze. Non dettagli, ma l’ossatura stessa di un sistema che vive di coordinamento, fiducia reciproca e aggiornamento continuo.

Negare questo significa, di fatto, indebolire il servizio. Significa lasciare medici e operatori “a loro stessi”, come lo stesso Andreacchi sottolinea. E allora la sua scelta – “se non posso fare neppure questo, preferisco andarmene” – assume il valore di una denuncia etica prima ancora che professionale.

A rendere ancora più chiaro il quadro è la reazione del personale del 118. Una nota composta, priva di toni polemici, ma carica di significato. Parole che pesano, perché arrivano da chi lavora ogni giorno sulle ambulanze, nelle automediche, nelle centrali operative.

Per loro, Andreacchi “non è stato solo un vertice amministrativo”, ma “l’uomo che ha fatto nascere il servizio”, colui che ha trasmesso competenze e, soprattutto, quella “fame di eccellenza” che non si insegna nei manuali. È un passaggio cruciale: si riconosce in lui non solo un dirigente, ma un costruttore di sistema, un riferimento umano e professionale.

Ed è forse proprio questo il punto più politico – nel senso più alto del termine – dell’intera vicenda. Quando un gruppo di operatori, senza entrare nelle dinamiche interne e senza cercare lo scontro, esprime “sconcerto”, “smarrimento” e soprattutto “preoccupazione” per il futuro del servizio, significa che la perdita non è sostituibile con un semplice atto amministrativo.

Il timore espresso è chiaro: che l’uscita di una figura così centrale possa compromettere un percorso di crescita costruito negli anni, fatto di sacrifici e di competenze maturate sul campo. Non è nostalgia, è consapevolezza.

E allora la domanda diventa inevitabile: può un sistema sanitario permettersi di perdere professionisti così, senza interrogarsi davvero sulle cause?

La provocazione finale di Andreacchi – quella sulla direzione regionale del 118 e su un bando che, a suo dire, escluderebbe i medici calabresi – apre un ulteriore fronte. Quello della valorizzazione delle competenze interne, spesso sacrificate in nome di logiche che poco hanno a che vedere con l’efficienza dei servizi.

Questa non è solo la storia di una dimissione. È la fotografia di un sistema che rischia di allontanare proprio le figure che lo tengono in piedi.

Per questo, la richiesta contenuta nella nota del personale del 118 non può restare inascoltata. Serve un segnale, concreto, da parte dei vertici aziendali e delle istituzioni. Non per salvare una posizione, ma per salvaguardare un patrimonio di esperienza, valori e competenze costruito in decenni.

Perché quando se ne va uno come Andreacchi, non perde solo un’azienda. Perde un intero territorio.

Maurizio

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