Roberto Arditti: non soltanto un giornalista, ma una figura complessa, completa: autore, consulente di comunicazione; un liberale, un gentiluomo di stampo anglosassone
di Maurizio Bonanno
Piango.
Piango la fine improvvisa e prematura di un amico.
E mentre il dolore si fa largo, inevitabile, mi ritrovo a chiedermi cosa sia successo, perché Roberto Arditti si trovi in queste condizioni. Un infarto, nella notte, ha spezzato una vita piena, intensa, ancora profondamente necessaria. A sessant’anni lascia un vuoto che non è solo professionale, ma umano.

Improvvisamente si è sparsa la notizia della sua morte, ma qualche ora dopo è arrivata la smentita del San Camillo Forlanini di Roma dove è ricoverato.
“Le condizioni di Roberto Arditti, ricoverato dalla notte in terapia intensiva in seguito a arresto cardiaco, sono estremamente gravi. L’uomo è sottoposto a un supporto intensivo delle funzioni vitali. La prognosi è strettamente riservata”. Questa la nota ufficiale dell’ospedale San Camillo Forlanini di Roma. In precedenza, infatti, erano circolate informazioni sull’avvenuto decesso di Arditti a causa di un infarto. La notizia è stata data per certa da fonti molto vicine al giornalista e perciò rilanciata da diverse testate. Ora, come riporta Repubblica, Arditti è in stato di morte cerebrale.
Roberto non era soltanto un giornalista. Era una figura complessa, completa: autore, consulente di comunicazione, uomo capace di muoversi con naturalezza tra informazione, istituzioni e strategie pubbliche e private. Ma soprattutto, per me, era un amico. Uno di quelli che incontri quasi per caso e riconosci subito.
Il nostro primo incontro risale a un pomeriggio d’estate, tra l’allegria leggera dell’Aquapark di Zambrone. Lui era già direttore delle news di RTL 102.5, io ero lì, nel mio mondo, tra la Bianca Spiaggia e quel luogo che avevo contribuito a far nascere. Bastò poco: uno scambio di parole, uno sguardo e quella sensazione rara di trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Simpatia immediata. Comunione di idee, di visione, di pensiero.
Fu lui a portarmi a RTL. Mi volle come corrispondente per la Calabria, poi come inviato per “L’indignato speciale”, la trasmissione che aveva ideato e che conduceva insieme a Andrea Pamparana e Fulvio Giuliani. Con Roberto il lavoro non era mai solo lavoro: era confronto, crescita, passione.

Il nostro rapporto si è nutrito nel tempo di stima reciproca e amicizia sincera. Più volte mi propose di fare un salto insieme, di trasferirmi a Roma quando stava rafforzando la redazione di via IV Novembre. Non accadde, per una serie di coincidenze sfavorevoli. Eppure quella fiducia, quella volontà di condividere un percorso, non vennero mai meno. Anche quando passò alla direzione de Il Tempo, arrivò un’altra proposta. Era fatto così: riconosceva le persone e investiva su di loro.
Ci siamo sentiti sempre meno, è vero. Le vite che corrono, gli impegni che si moltiplicano. Ma ogni volta che ci si ritrovava era come se nulla fosse cambiato. Ricordo con emozione gli incontri al Salone del Libro di Torino, quando, con affettuosa determinazione, mi “imponeva” di essere presente alle presentazioni dei suoi libri.

E oggi, tra le mani, resta quella dedica che mi scrisse: poche parole, ma cariche di un affetto che ora pesa come un macigno.

La sua storia professionale parla da sola. Nato a Lodi, formatosi alla Bocconi, aveva iniziato accanto a Giovanni Spadolini, di cui portava con sé l’impronta culturale e morale. Poi il giornalismo, la comunicazione, il ruolo di portavoce al Viminale durante il governo Berlusconi, la direzione editoriale di Formiche, l’impegno in Expo 2015, la fondazione di Kratesis. Un percorso trasversale, sempre coerente nella qualità e nella profondità dello sguardo.
Ma ciò che davvero resta, ciò che davvero manca, è l’uomo.
Un gentiluomo conservatore, direi quasi di stampo anglosassone. Una rarità, in Italia. Apparteneva a quella destra liberale e colta che molti di noi continuano a sognare: mai urlata, mai superficiale, sempre ancorata al pensiero, allo studio, al rispetto dell’interlocutore. Con la sua scomparsa, quel mondo perde una voce importante, un riferimento solido.

Roberto era un giornalista serio, colto, dotato di intelligenza politica. Ma soprattutto era una bella persona. E oggi, in un tempo in cui tutto sembra gridato, accelerato, semplificato, mi accorgo di quanto fosse preziosa una sua qualità: sapeva ascoltare. Davvero. E sapeva rispondere entrando nel merito, senza scorciatoie, senza pregiudizi.
È questo che mi mancherà più di tutto. Non solo le parole, ma il silenzio attento tra una parola e l’altra.
Piango, sì.
Ma insieme al dolore resta la gratitudine per aver incrociato la strada di un uomo così.










