La fine della stagione sovranista riporta al centro la lezione di De Gasperi, Einaudi, Monnet e Adenauer: costruire libertà, stabilità e istituzioni contro le illusioni populiste
di Maurizio Bonanno
Le elezioni ungheresi del 12 aprile segnano qualcosa di più di un semplice avvicendamento politico: rappresentano, per l’Europa, un possibile punto di svolta. La vittoria di Péter Magyar e del suo movimento Tisza chiude la lunga stagione di Viktor Orbán e riapre uno spazio politico che sembrava essersi progressivamente ristretto sotto la pressione delle derive sovraniste e populiste, spesso indulgenti verso modelli illiberali incarnati da figure come Vladimir Putin e Donald Trump.
Non si tratta, tuttavia, di una semplice alternanza tra opposti ideologici. Il segnale più interessante è un altro: il possibile ritorno di quella che, con felice intuizione, fu definita la “congiura dei moderati”. Una trama discreta, non gridata, capace di rimettere al centro la politica come costruzione paziente di equilibri, istituzioni e libertà.
Per comprendere la portata di questo passaggio occorre tornare alla lezione della storia. L’Europa del secondo dopoguerra — tra il 1945 e il 1955 — non fu soltanto un continente da ricostruire, ma un laboratorio politico e intellettuale senza precedenti. In quel contesto prese forma una convergenza tra tradizioni diverse che diede vita a una vera e propria “linea di civiltà”: un liberalismo delle istituzioni.
Figure come Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi, Konrad Adenauer e Jean Monnet non erano accomunate da un’ideologia uniforme, ma da un metodo. Una “congiura”, appunto: quella di chi, pur partendo da posizioni diverse, scelse di anteporre la stabilità, la libertà e la cooperazione al conflitto.
Il cuore di questa impostazione fu profondamente liberale. Per Monnet, l’integrazione economica non era un fine tecnico, ma uno strumento politico: rendere la guerra non solo impensabile, ma materialmente impossibile. Einaudi, insieme a Gaetano Martino, tradusse questa intuizione nella convinzione che il mercato comune fosse l’unico vero antidoto al ritorno dei nazionalismi economici. La libertà economica come condizione della libertà politica.
Accanto a questa matrice liberale si sviluppò una sintesi decisiva con il pensiero cristiano-sociale. Adenauer e De Gasperi compresero che la difesa della persona e delle comunità passava anche attraverso istituzioni solide e mercati aperti. Nacque così l’economia sociale di mercato: un equilibrio tra libertà e protezione, tra iniziativa privata e coesione sociale.
Sul piano geopolitico, il ruolo dei “realisti” fu altrettanto decisivo. Winston Churchill intuì per primo la necessità di un’Europa unita come baluardo contro l’espansionismo sovietico, mentre Charles de Gaulle, pur geloso della sovranità nazionale, contribuì a ricondurre la Francia entro un quadro di legalità e cooperazione occidentale.
Ciò che univa queste figure era un metodo liberale fondato su tre pilastri: il rifiuto dell’autarchia, il primato del diritto e l’ancoraggio atlantico. Non un’ideologia rigida, ma una pratica politica capace di adattarsi alle circostanze senza tradire i principi.
Il momento simbolico di questa “congiura dei moderati” fu la Conferenza di Messina. Dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa, quando il progetto politico sembrava naufragato, furono proprio i liberali a riaprire il gioco, spostando il baricentro sull’integrazione economica. Martino, insieme al contributo del piano di Johan Willem Beyen, pose le basi per il mercato comune che avrebbe condotto ai Trattati di Roma.
È questa lezione che oggi torna di straordinaria attualità. La vittoria di Magyar in Ungheria non è la vittoria di un campo sull’altro, ma il possibile ritorno a una politica della responsabilità. Il suo posizionamento — europeista, atlantista, pragmatico — segna la fine dell’ambiguità strategica che aveva trasformato Budapest in un punto di frizione all’interno dell’Unione.
Il punto, però, non è l’Ungheria in sé. È il messaggio che da essa può irradiarsi: esiste uno spazio politico per una destra moderna, conservatrice ma non regressiva, radicata nella tradizione ma capace di governare la complessità.
Un percorso che, per un momento, era sembrato possibile anche in Italia. All’inizio della sua esperienza di governo, Giorgia Meloni aveva dato segnali di apertura verso una sintesi moderata, coinvolgendo figure come Marcello Pera e Giulio Tremonti, espressione di una tradizione liberale e conservatrice europea. Un tentativo di costruire un partito capace di coniugare identità e governo, radici e pragmatismo.
Quel percorso, tuttavia, si è progressivamente interrotto, anche sotto l’influenza del mutato contesto internazionale e del ritorno di Trump sulla scena globale. Il rischio, oggi, è quello di smarrire nuovamente la lezione dei moderati per inseguire scorciatoie identitarie e pulsioni sovraniste.
Eppure la storia europea insegna altro. Insegna che i momenti di crisi possono essere trasformati in opportunità solo da chi sa costruire, non da chi divide. Che le libertà non si difendono con slogan, ma con istituzioni solide. Che il mercato, la democrazia rappresentativa e la dignità della persona non sono elementi separati, ma parti di un unico disegno.
Se l’Europa vuole davvero aprire una nuova stagione, la strada è già tracciata. Non è quella delle contrapposizioni radicali, ma quella — più difficile e meno appariscente — della “congiura dei moderati”. Una congiura che, oggi come allora, può apparire silenziosa. Ma che è spesso l’unica capace di cambiare davvero la storia.









