Negli sviluppi dell’operazione Jerakarni sarebbero stati individuati i presunti killer del 19enne innocente: una ferita che inizia finalmente a rimarginarsi
di Maurizio Bonanno
Non è un’operazione come le altre. Non è solo un altro colpo alla criminalità organizzata nelle Preserre vibonesi. È, prima di tutto, una notizia che restituisce dignità alla memoria, che riaccende la fiducia nella giustizia, che dà un nome — finalmente — a chi ha spezzato una vita innocente.
Dopo quattordici lunghissimi anni, emerge una verità attesa, invocata, mai dimenticata: sarebbero stati individuati i presunti responsabili dell’omicidio di Filippo Ceravolo, il giovane di appena 19 anni ucciso per errore in un agguato di mafia il 25 ottobre 2012.
Una svolta che scuote le coscienze e rinfranca un intero territorio.
All’alba di oggi i Carabinieri del Comando provinciale di Vibo Valentia, affiancati dallo Squadrone Eliportato Cacciatori “Calabria” e dall’8° Nucleo Elicotteri, hanno eseguito un’ordinanza cautelare emessa dal Gip del Tribunale di Catanzaro su richiesta della Direzione distrettuale antimafia.
Quindici le persone coinvolte, cinque già detenute. Le accuse sono pesanti: associazione mafiosa, omicidio, tentato omicidio, estorsione aggravata dal metodo mafioso, detenzione e porto illegale di armi.
L’operazione, che ha toccato diverse città italiane — da Torino a Sassari, fino a Teramo, Terni e Viterbo — ha il suo epicentro a Soriano Calabro e colpisce direttamente il clan Loielo, dopo precedenti interventi contro i gruppi Maiolo ed Emanuele-Idà.
Ma tra le carte dell’inchiesta c’è molto di più di un’azione repressiva.
Tra gli episodi ricostruiti dagli investigatori nell’ambito dell’inchiesta “Jerakarni”, emerge con forza quello che per anni è rimasto un dolore senza risposte: l’omicidio di Filippo Ceravolo.
Filippo non era il bersaglio.
Secondo la ricostruzione investigativa, il vero obiettivo dei killer sarebbe stato Domenico Tassone, alla guida dell’auto colpita quella sera. Il giovane si trovava accanto a lui quando, in località Calvario di Pizzoni, venne raggiunto dai colpi destinati a un altro.
Un destino crudele, maturato nel contesto della violenta faida tra i clan Emanuele-Idà e Loielo. Una vita spezzata senza motivo.
È questo il passaggio che segna la svolta.
La Direzione distrettuale antimafia, sulla base di un’indagine complessa e articolata — arricchita anche dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia — ritiene ora di aver individuato, a vario titolo, i presunti responsabili di quell’agguato.
Tra gli indagati figurano i fratelli Rinaldo e Valerio Loielo, il cugino Rinaldino Loielo, oltre a Alessandro Nesci e Nicola Ciconte.
Le loro posizioni sono al vaglio dell’autorità giudiziaria e, come previsto dalla legge, per tutti vale la presunzione di innocenza. Ma per la prima volta, dopo 14 anni, quella notte non è più senza volti.
Questa non è soltanto cronaca giudiziaria. È la svolta che tutti chiedevamo, soprattutto Martino Ceravolo, il padre del giovane Filippo che ma si è rassegnato e finora ha sempre gridato la sua sete di giustizia, la sua richiesta di verità. Figura indomita che mai si è rassegnato e con dignità e forza ha lottato in attesa di un giorno come questo.
È una pagina che riguarda tutti. È la dimostrazione che il tempo non cancella la verità e che lo Stato, anche quando sembra lontano, continua a cercarla.
Il nome di Filippo Ceravolo, per anni simbolo di innocenza tradita, torna oggi al centro di una storia diversa: quella di una giustizia che, passo dopo passo, prova a ricucire una ferita profonda.
Una notizia che non cancella il dolore, ma che restituisce qualcosa di prezioso: la speranza.









