Riconoscere che la democrazia italiana nasce dall’incontro di tradizioni diverse, alcune più visibili, altre più discrete, tutte però accomunate dall’idea che la libertà non si negozia.
Il 25 aprile non è soltanto una data. È una lente attraverso cui osservare la storia d’Italia nella sua complessità, fatta di percorsi intrecciati, identità diverse e spesso silenziose. Tra queste, ce n’è una che per molto tempo è rimasta ai margini del racconto pubblico: quella della Massoneria, perseguitata con durezza dal fascismo e ancor più ferocemente dal nazismo.
Per i regimi totalitari, i massoni rappresentavano un nemico naturale. Non tanto per ciò che facevano, quanto per ciò che incarnavano: libertà di pensiero, autonomia morale, fratellanza universale. Valori incompatibili con l’idea di uno Stato assoluto e di un potere che non ammette dissenso. Non è un caso che molti massoni finirono nei campi di concentramento, marchiati da simboli distintivi. Da qui nacque il valore simbolico del “non ti scordar di me”, quel piccolo fiore azzurro che divenne segno di riconoscimento e memoria tra perseguitati. Un simbolo fragile, eppure ostinato, come la libertà stessa.
Quando si parla della Resistenza e del Comitato di Liberazione Nazionale, si tende spesso a immaginare un organismo compatto, definito esclusivamente da appartenenze politiche. In realtà, il CLN fu anche un crocevia di culture, esperienze e visioni del mondo. La Massoneria, ufficialmente soppressa già nel 1925, continuò a vivere in forma carsica proprio attraverso molti degli uomini che animarono i partiti antifascisti.
Non esistette mai un legame formale tra CLN e Libera Muratoria. Sarebbe una semplificazione, e forse anche un errore storico, pensarlo. Eppure, osservando più da vicino le biografie di tanti protagonisti della Liberazione, emerge una presenza diffusa, quasi naturale. Nel Partito d’Azione, ad esempio, la tradizione massonica si intrecciava con l’eredità del Risorgimento, con quell’idea di una nazione laica e democratica ancora tutta da compiere. Nei liberali e nei socialisti sopravvivevano percorsi simili, diversi per sensibilità ma accomunati da un retroterra culturale che guardava alla libertà individuale come valore non negoziabile.
È in questa zona di confine tra politica e cultura che si colloca la figura di Meuccio Ruini. La sua vicenda personale racconta meglio di molte analisi il senso di questo intreccio. Uomo del CLN, ministro nei governi dell’Italia liberata, e poi tra i padri della Costituzione, Ruini, che fu Presidente del Senato e proclamato senatore a vita, rappresentò un ponte tra mondi diversi. Nei suoi interventi e nella sua azione politica si ritrovano chiaramente quei principi di tolleranza, laicità e libertà di coscienza che la tradizione massonica aveva custodito anche negli anni più bui.
Ma il legame tra questi ambienti non fu soltanto ideale. Con l’avanzata degli Alleati lungo la penisola, si sviluppò anche una rete di relazioni concrete. Molti ufficiali dell’Office of Strategic Services, così come membri della Quinta Armata, condividevano l’appartenenza massonica. Questo elemento facilitò, in diversi casi, i contatti con esponenti del CLN, rendendo più fluido il coordinamento nelle fasi delicate della liberazione delle città e della ricostruzione amministrativa.
E poi c’è un aspetto meno visibile, ma forse ancora più significativo. Nelle città liberate, mentre riaprivano le sedi dei partiti e si ricostruiva la vita civile, riaprivano anche le logge. Non come centri di potere occulto, secondo una narrazione spesso caricaturale, ma come luoghi di discussione, di elaborazione, di confronto sul futuro del Paese. Monarchia o repubblica, diritti sociali, libertà civili: erano gli stessi interrogativi che attraversavano il CLN e, più in generale, tutta la società italiana.
In fondo, ciò che univa questi percorsi era un obiettivo comune: la fine dell’autoritarismo. Per il CLN, significava liberare il Paese dal giogo militare e politico del regime. Per i massoni che ne facevano parte, voleva dire anche qualcosa di più profondo: smantellare una cultura fondata sull’obbedienza cieca, sul mito del capo, sull’annullamento del pensiero critico. Restituire centralità all’individuo, alla sua coscienza, alla sua capacità di scegliere.
Se il CLN fu il motore concreto della Liberazione italiana, la Massoneria, pur non agendo come struttura organizzata al suo interno, fornì a molti dei suoi protagonisti un retroterra ideale essenziale. Non vi fu alcun patto segreto, ma una convergenza naturale di uomini e valori.
È forse questo il punto più attuale della riflessione. Il 25 aprile non è solo memoria di ciò che è stato, ma interrogazione su ciò che resta. Ricordare il contributo, diretto o indiretto, della Massoneria alla stagione della Liberazione non significa riscrivere la storia in chiave alternativa, ma restituirle profondità. Significa riconoscere che la democrazia italiana nasce anche dall’incontro di tradizioni diverse, alcune più visibili, altre più discrete, tutte però accomunate da un’idea semplice e radicale: che la libertà non si negozia.
E come quel piccolo fiore azzurro, il non ti scordar di me, anche questa memoria chiede di non essere dimenticata.








