Dalla lezione di Giorgio Gaber agli assurdi fatti di cronaca di Milano, Bologna, Roma. Libertà è partecipazione. Non esclusione. Non intimidazione. Non caccia al simbolo “sbagliato”
di Maurizio Bonanno
Ci sono parole che non si consumano mai. “Liberazione” è una di quelle.
Ma ci sono giorni in cui quella parola viene tradita — svuotata, piegata, quasi capovolta.
Il 25 aprile dovrebbe essere il momento più alto della nostra coscienza civile. E invece, quest’anno, in troppe piazze italiane è sembrato qualcosa di diverso: un campo di esclusione, un recinto ideologico, una scena in cui la libertà veniva evocata mentre veniva negata.
A Milano, la Brigata Ebraica — memoria vivente di chi contribuì a sconfiggere il nazifascismo — è stata isolata, deviata, insultata. Non è solo una questione di ordine pubblico o di gestione del corteo. È qualcosa di più profondo: è la rottura di un patto simbolico. Nel giorno in cui si celebra la fine della persecuzione, chi porta sulle spalle quella storia viene trattato come corpo estraneo. E quando, come ha denunciato Emanuele Fiano, si arriva a urlare “siete solo saponette mancate”, non siamo più nella cronaca: siamo dentro un abisso morale che pensavamo di aver lasciato alle spalle.
A Bologna e a Roma, la stessa dinamica: bandiere strappate, persone aggredite, simboli trasformati in colpe. Il vessillo ucraino — il segno di un popolo che resiste all’aggressione di Vladimir Putin — diventa provocazione. Quello europeo motivo di violenza. Non è dissenso, è negazione dell’altro. Non è politica, è intimidazione.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo: non basta dichiararsi antifascisti per esserlo davvero. Perché il fascismo non è soltanto un’epoca storica chiusa nei libri. È un modo di stare al mondo. È il rifiuto del pluralismo, è l’ossessione per il nemico, è la convinzione che ci sia qualcuno che può decidere chi ha diritto di parola e chi no.
È qui che torna, con una forza quasi dolorosa, la lezione di Giorgio Gaber. Non come citazione ornamentale, ma come chiave di lettura di ciò che stiamo vedendo:
“Vorrei essere libero libero come un uomo
Come un uomo appena nato
Che ha di fronte solamente la natura”
Quella libertà originaria, quasi innocente, oggi sembra lontanissima. Perché le nostre piazze non sono più luoghi aperti, ma territori segnati da appartenenze rigide, da identità che si difendono escludendo.
E Gaber lo aveva capito, con una lucidità che oggi appare profetica:
“La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione”
Partecipazione significa stare insieme anche quando è difficile. Significa accettare che la libertà dell’altro non è una minaccia, ma una condizione della propria. Significa che una bandiera non cancella l’altra. Che la memoria non è una gara. Che il 25 aprile non può diventare una selezione all’ingresso.
E invece abbiamo visto l’opposto: persone costrette ad abbassare le proprie bandiere, come se la dignità fosse negoziabile. Gruppi circondati, isolati, trattati come intrusi. Una piazza che si arroga il diritto di decidere chi è “degno” di partecipare alla Liberazione.
È una contraddizione che ferisce. Perché quella stessa Liberazione è nata dall’incontro di differenze: liberali, socialisti, cattolici, ebrei, pure comunisti. Non da un pensiero unico, ma da una pluralità che ha saputo riconoscersi in un obiettivo comune.
Gaber lo dice ancora, con un’ironia amara che oggi pesa come un macigno:
“La libertà non è neanche avere un’opinione”
Non basta avere idee. Non basta gridarle. La libertà non è il volume della propria voce, ma la capacità di convivere con quella degli altri. Quando questo viene meno, resta solo una caricatura della democrazia.
E allora quelle immagini — la Brigata Ebraica scortata come un problema, le bandiere inseguite, gli insulti, le aggressioni — non sono episodi isolati. Sono il sintomo di qualcosa che si sta incrinando: il senso condiviso della libertà.
Qualcuno, richiamando Enrico Berlinguer, ha parlato di “fascisti col fazzoletto rosso”. È un’espressione che può disturbare. Ma il punto non è l’etichetta: è il metodo. Quando la piazza diventa tribunale, quando il dissenso viene zittito, quando l’identità si costruisce contro qualcuno da espellere, allora qualcosa di profondamente illiberale sta accadendo.



E forse il passaggio più inquietante è proprio questo: la convinzione, sincera, di stare dalla parte giusta. Perché è sempre così che iniziano le derive peggiori.
Per questo oggi non basta indignarsi. Serve qualcosa di più difficile: recuperare il significato autentico di quella parola — libertà — che rischiamo di usare senza più sentirla.
Il problema non è solo quello che è successo. Il problema è quello che rivela.
Rivela una deriva in cui la parola “resistenza” viene piegata a nuove battaglie ideologiche, spesso lontane anni luce da quella originaria. Rivela una confusione pericolosa tra solidarietà e tifoseria geopolitica, tra memoria storica e attualità filtrata da schemi semplicistici. Rivela, soprattutto, una perdita del senso più profondo della libertà.
Ed è qui che risuona, più attuale che mai, la voce di Giorgio Gaber:
“La libertà non è star sopra un albero
Non è neanche il volo di un moscone
La libertà non è uno spazio libero
Libertà è partecipazione”
Partecipazione. Non esclusione. Non intimidazione. Non caccia al simbolo “sbagliato”.
La libertà non è una piazza occupata da una sola visione del mondo. Non è il diritto di urlare più forte degli altri. Non è nemmeno l’imposizione di una verità unica travestita da giustizia. La libertà è la capacità di stare insieme, anche quando si è profondamente in disaccordo. È accettare che quella piazza appartenga anche a chi porta una bandiera che non condividiamo.

Il 25 aprile non è proprietà di nessuno. Non dell’ANPI, non dei partiti, certi partiti e non altri, non dei movimenti, certi movimenti e non altri. È patrimonio di tutti coloro che credono nella democrazia, proprio perché la democrazia è — per definizione — plurale.
Per questo, quanto accaduto ieri non può essere liquidato come incidente o tensione inevitabile. È qualcosa che va condannato con chiarezza. E insieme, va riaffermata la solidarietà a chi è stato aggredito, isolato, umiliato. Perché difendere loro significa difendere il senso stesso di questa giornata.
Se il 25 aprile perde la sua capacità di includere, allora perde anche la sua anima.
E allora, la domanda finale non è politica, ma civile: vogliamo davvero una libertà che esclude? O vogliamo, come cantava Gaber, una libertà che si costruisce insieme?
Perché senza partecipazione, non resta nulla. Solo una piazza vuota che continua a chiamarsi “libera” — senza esserlo più.
Gaber ci lascia un ultimo monito, che suona quasi come una responsabilità personale:
“Come un uomo che ha bisogno
Di spaziare con la propria fantasia
E che trova questo spazio
Solamente nella sua democrazia”
La democrazia non è un dato acquisito. È uno spazio fragile, che esiste solo se lo abitiamo davvero. Se lo difendiamo anche quando è scomodo. Anche quando significa proteggere il diritto di chi non la pensa come noi.
Il 25 aprile non è una bandiera. È un impegno.
E se smettiamo di partecipare davvero — non con i corpi in piazza, ma con il rispetto reciproco, con il riconoscimento dell’altro — allora quella parola, “liberazione”, resterà solo un’eco. Una celebrazione vuota.
Perché la libertà, se non è di tutti, semplicemente non è.







