La grazia, il rumore e l’eventuale colpa: quando la macchina funziona troppo bene dando l’illusione che la correttezza formale basti a governare
Ed ecco servito il nuovo tormentone politico-mediatico: l’Affaire Minetti!
Se c’è una cosa che questa vicenda dimostra, è che in Italia riusciamo a complicare anche ciò che, sulla carta, è già complicato abbastanza.
E no, non è un paradosso: è metodo.
Partiamo da un punto fermo, così evitiamo di perderci nel rumore. Un ministro della Giustizia non è un sovrano che concede grazie a colpi di penna, né un passacarte distratto che firma senza sapere cosa sta facendo. È, molto più banalmente, l’anello visibile di una catena invisibile: quella dell’istruttoria amministrativa e costituzionale.
Eppure, quando sul tavolo arriva una pratica con un nome come Nicole Minetti, la teoria dovrebbe lasciare spazio, almeno per un attimo, all’istinto. Non quello giustizialista della piazza, ma quello – più sobrio – della prudenza politica. Perché è vero che il diritto non guarda ai nomi, ma la politica sì. E ignorarlo non è segno di rigore: è, nel migliore dei casi, ingenuità.
Qui si innesta il primo equivoco, che alimenta il linciaggio di queste ore: l’idea che il ministro “decida” la grazia. Non è così. Da anni non è così. Il potere di grazia è saldamente nelle mani del Presidente della Repubblica; il ministro istruisce, raccoglie pareri, trasmette. In questo schema, il Ministro della Giustizia agisce come un notaio. Controfirma, se necessario, pena il conflitto di attribuzione. Insomma, un ruolo tecnico, non arbitrale.
Accusarlo di aver “concesso” la grazia equivale a prendersela con il portalettere per una cartella esattoriale sgradita. Può essere un bersaglio comodo, ma resta sbagliato.
E tuttavia fermarsi qui sarebbe altrettanto comodo. Perché c’è un secondo livello, meno giuridico e più politico, dove la questione cambia natura.
La macchina amministrativa, in questo caso, sembra aver funzionato alla perfezione: protocolli rispettati, pareri acquisiti, iter lineare. Tutto in ordine. Forse troppo. Perché quando una procedura formalmente impeccabile produce un cortocircuito mediatico così prevedibile, la domanda non è più “chi ha sbagliato?”, ma “chi ha pensato?”.
Il diritto, per definizione, non valuta il rumore. Ma governare significa anche saperlo anticipare. E tra “è corretto” ed “è opportuno” passa una linea sottile che non può essere ignorata, soprattutto quando il contesto è esplosivo: chi di dovere doveva essere consapevole delle conseguenze istituzionali.
Il punto più delicato, semmai, è un altro: la qualità dell’istruttoria. Se – come si ipotizza – l’istanza si fonda su elementi fragili o addirittura non veritieri, allora il problema non sta nella catena decisionale, ma nella sua origine. Le istituzioni lavorano sugli atti, non sulle intenzioni. E se gli atti sono viziati, il sistema può correggere, revocare, intervenire. Ma non può trasformarsi in un organo investigativo preventivo su ogni dichiarazione.
Questo è il perimetro dello Stato di diritto. Ed è bene non dimenticarlo, soprattutto quando il beneficiario non suscita simpatia.
Eppure resta quella sensazione scomoda, difficile da formalizzare ma impossibile da ignorare: che certe dinamiche si ripetano con una regolarità quasi chirurgica. Pratiche che scorrono senza attriti finché non diventano, improvvisamente, casi politici ingestibili. Non esplodono: maturano.
Non è il caos dell’incompetenza. È qualcosa di più lineare. Più silenzioso. Perché il problema non è che la procedura funzioni, ma che non esiste un livello di responsabilità intermedio tra tecnica e politica.
Perché nei palazzi, a volte, il problema non è chi sbaglia. È chi non interviene. Chi lascia che le cose accadano, confidando nel fatto che, quando il conto arriverà, qualcun altro lo pagherà.
E quel qualcun altro, puntualmente, ha un nome e un cognome. Oggi tocca a Carlo Nordio (guarda caso, colui che viene considerato “lo sconfitto” al recente referendum).
Perché un ministro, in fondo, non è colui che controlla tutto. È colui che risponde di tutto. Ed è una differenza che pesa, soprattutto quando la filiera funziona così bene da trasformarsi, al momento giusto, in una trappola perfetta.
Nel frattempo, fuori, la piazza urla. Invoca colpevoli, distribuisce sentenze, confonde ruoli. Quella piazza giustizialista, sempre pronta a invocare la santità della magistratura, si scaglai oggi contro il Ministro che ha semplicemente dato corso a un’istruttoria tecnica basata sui pareri dei magistrati. È il riflesso di un analfabetismo costituzionale che non è nuovo, ma che ogni volta sorprende per intensità. Si chiede al diritto di essere morale, alla procedura di essere istinto, alle istituzioni di reagire come un social network.
Non funziona così. E meno male!
Ma forse, ogni tanto, servirebbe il contrario: che la politica imparasse a non nascondersi dietro la correttezza formale quando il contesto richiede qualcosa in più. Non arbitrio, non forzature. Semplicemente consapevolezza.
Perché tra il rispetto delle regole e la capacità di evitare un disastro annunciato non c’è contraddizione. C’è, semmai, la differenza tra amministrare e governare.
E oggi, più che la prima, sembra mancare la seconda. A tutti i livelli… fino alle piccole amministrazioni locali.









