Non basta solo ricordare. Il CNDDU propone di trasformare la memoria in esperienza attiva attraverso un “laboratorio permanente di responsabilità civile”
Il 3 maggio del 1982 a Reggio Calabria veniva ucciso con un’autobomba l’ingegnere Gennaro Musella, proprietario di una cava che forniva materiali per costruzioni.
Nato in Campania, Gennaro Musella si era trasferito a Reggio Calabria con la famiglia negli anni ’70. La sua impresa edile divenne una delle più importanti del Sud Italia nella realizzazione di opere pubbliche. Uomo semplice, di 57 anni, dai tratti mediterranei, sposato e padre di quattro figli, Musella si fece strada da solo, conquistando stima e riconoscimento nel suo lavoro di ingegnere grazie all’impegno, alla competenza e alla determinazione. La sua era un’impresa sinonimo di qualità e affidabilità.
Nel 1980 iniziò a lavorare al progetto per la realizzazione del Porto Turistico di Bagnara Calabra e partecipò alla relativa gara d’appalto, che fu però aggiudicata alla famiglia catanese dei Costanzo, espressione di quel sistema definito dei “Cavalieri dell’Apocalisse mafiosa”. Musella intuì la presenza della mano della ‘ndrangheta e di Cosa Nostra e decise di denunciare le irregolarità riscontrate nell’assegnazione dell’appalto. A seguito delle sue segnalazioni, la precedente aggiudicazione fu annullata e venne indetto un nuovo bando, previsto per la metà di maggio del 1982. Tuttavia, la reazione delle cosche non tardò ad arrivare.
Alle ore 8:35 del 3 maggio 1982, l’ingegnere Musella salutò la moglie nella sua abitazione di via Apollo, a Reggio Calabria. Non appena mise in moto la sua auto, una potente carica esplosiva collocata sotto il veicolo lo uccise all’istante. L’esplosione fu così violenta da danneggiare gli edifici circostanti, distruggere diverse auto in sosta e provocare il ferimento lieve di quattro passanti, tra cui un bambino.

Dopo la sua morte si svolse la seconda gara d’appalto, che venne aggiudicata a un altro Cavaliere del Lavoro catanese, Graci.
La famiglia Musella ha lottato a lungo per restituire voce e dignità alla memoria di Gennaro, cercando verità e giustizia, ma si è scontrata con un muro di omertà. Emblematiche le parole pronunciate dal procuratore di Reggio Calabria dell’epoca, Gaeta, rivolte alla figlia maggiore: “Signora, se ne stia a casa, ha due figli”. Lo Stato non ha mai fornito una risposta adeguata alla tragedia: il caso fu archiviato nel 1988 contro ignoti e riaperto nel 1993 dalla Direzione Distrettuale Antimafia, senza però giungere alla celebrazione di alcun processo. Solo nel 2009 Musella è stato riconosciuto vittima innocente della ’ndrangheta.
Nel commemorarlo oggi, il sacrificio di Gennaro Musella non può limitarsi a un ricordo formale o a una celebrazione episodica, come spesso avviene con le rievocazioni dedicate alle vittime delle mafie, che si concentrano prevalentemente su momenti commemorativi, letture o incontri occasionali.

Si discosta il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani che propone un approccio innovativo e continuativo: trasformare la memoria in esperienza attiva attraverso un “laboratorio permanente di responsabilità civile”, in cui gli studenti siano chiamati a ricostruire non solo la vicenda di Musella, ma anche il contesto economico, sociale e istituzionale in cui essa si inserisce, mettendolo in relazione con altre storie di vittime innocenti delle mafie. In questo percorso, i ragazzi diventano protagonisti di una ricerca viva, capace di connettere passato e presente, analizzando i meccanismi dell’illegalità e individuando forme concrete di contrasto nella realtà quotidiana.
A spiegarlo Giovanna De Lucia Lumeno, componente del CNDDU, secondo la quale, a differenza delle pratiche più diffuse, questo modello non si esaurisce nella trasmissione di contenuti, ma punta a sviluppare una coscienza critica stabile, rendendo gli studenti testimoni consapevoli e attivi.

Solo così – a giudizio di Giovanna De Lucia Lumeno – il sacrificio di Gennaro Musella potrà tradursi in un impegno reale e duraturo contro l’omertà, la neutralità e l’indifferenza, contribuendo a formare cittadini capaci di riconoscere e contrastare ogni forma di ingiustizia.
La storia di Gennaro Musella restituisce il valore di una legalità vissuta nella quotidianità: un uomo che non cercò lo scontro, ma che rifiutò di piegarsi a logiche opache, continuando a svolgere il proprio lavoro secondo principi di correttezza e trasparenza.
In questo senso – afferma Giovanna De Lucia Lumeno – la sua vicenda si distingue, anche rispetto ad altre narrazioni più diffuse, perché mostra come la linea di confine tra normalità e coraggio possa diventare sottilissima in contesti segnati dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata.
È proprio questa dimensione ordinaria della responsabilità – conclude la componente del CNDDU – a rappresentare un elemento educativo decisivo, capace di parlare in modo diretto alle coscienze delle nuove generazioni.









