Il tempo del confronto sembra già finito. E senza un passo indietro concreto, la frattura rischia di allargarsi ulteriormente, con conseguenze che ricadranno prima di tutto sui cittadini
La tregua è durata lo spazio di una conferenza stampa. Poi, tra i territori della provincia di Vibo Valentia e l’Azienda sanitaria provinciale, è tornato lo scontro aperto. Al centro della vicenda c’è la contestata riorganizzazione della continuità assistenziale, prevista dalla delibera 176 approvata l’8 aprile scorso dalla triade commissariale, proprio nell’ultimo giorno del loro mandato. Una decisione che, fin dall’inizio, aveva sollevato un muro di proteste da parte dei sindaci, soprattutto quelli delle aree interne, già alle prese con carenze croniche di servizi sanitari. Per questo, all’arrivo del nuovo commissario dell’Asp, Angelo Vittorio Sestito, si era aperto uno spiraglio: il provvedimento era stato sospeso e si era avviato un confronto con i primi cittadini per individuare correttivi meno penalizzanti.
Sembrava l’inizio di un percorso condiviso. Nell’ultimo incontro ufficiale, il commissario aveva garantito che nessuna postazione sarebbe stata soppressa senza un preventivo approfondimento tecnico. Si era parlato persino della creazione di un comitato ristretto per analizzare criticità come la viabilità e i bisogni delle comunità montane. In altre parole, la delibera 176 appariva di fatto congelata.
Poi il brusco cambio di rotta.
Nei giorni scorsi, l’Asp ha comunicato che la stessa delibera avrebbe iniziato a produrre effetti, sia pure in un’ottica definita “emergenziale”. Un passaggio che, nei fatti, ha riattivato il piano originario: accorpamenti delle postazioni, riduzione dell’operatività, servizi a singhiozzo. In diversi centri dell’entroterra, la guardia medica rischia di essere disponibile solo a giorni alterni, con il concreto pericolo di riversare nuovi accessi sul pronto soccorso del capoluogo, già in forte sofferenza.
È qui che la frattura si è consumata definitivamente.
I sindaci parlano senza mezzi termini di “tradimento istituzionale”. Secondo quanto ricostruito, mentre al tavolo si discuteva di soluzioni condivise, dagli uffici del Distretto sanitario partivano disposizioni operative indirizzate ai medici che applicavano senza modifiche la riorganizzazione prevista. Una scelta unilaterale che, per gli amministratori, smentisce gli impegni assunti pubblicamente.
La reazione è stata immediata e compatta: 45 sindaci – praticamente tutti i Comuni della provincia, esclusi quelli attualmente commissariati – hanno firmato una nota durissima. Nel documento si denuncia lo “spregio” degli accordi e si contesta un metodo giudicato inaccettabile, perché calato dall’alto e in contrasto con il principio di leale collaborazione tra istituzioni.
Non solo. I primi cittadini ricordano che, secondo quanto concordato, eventuali carenze di personale avrebbero dovuto essere gestite caso per caso, segnalando le giornate scoperte e individuando soluzioni alternative temporanee. Non certo attraverso una riorganizzazione strutturale imposta senza confronto.
Ancora più grave, secondo i sindaci, è quanto accaduto dopo un primo chiarimento informale con il commissario. In quell’occasione, Sestito avrebbe attribuito l’accaduto a un’errata interpretazione da parte degli uffici, promettendo un rapido chiarimento. Ma alle parole non sono seguiti i fatti: una successiva comunicazione ufficiale dell’Asp ha di fatto convalidato l’operato del Distretto, riattivando la delibera 176, seppur sotto la veste dell’emergenza.
A quel punto, la rottura è diventata inevitabile.
I sindaci hanno annunciato il ritiro da ogni forma di dialogo istituzionale finché la delibera non verrà esplicitamente revocata. Una posizione netta, che segna il passaggio dalla diplomazia allo scontro frontale. Sul tavolo c’è anche l’ipotesi di un ricorso al Tar per bloccare un provvedimento ritenuto non solo illegittimo, ma pericoloso per la tenuta del sistema sanitario locale.
Ed è proprio questo il punto centrale che non può essere ignorato. Nei territori interni, la continuità assistenziale non è un servizio accessorio, ma spesso rappresenta l’unico presidio sanitario disponibile. Ridurne la presenza significa aumentare le distanze, i tempi di intervento e, in definitiva, i rischi per i cittadini più fragili.
Per questo, la posizione dei sindaci appare tutt’altro che pretestuosa. La loro protesta non è una difesa corporativa, ma la rivendicazione di un principio elementare: le scelte che incidono sulla salute pubblica non possono essere imposte senza ascoltare chi quei territori li amministra e li conosce.
La sensazione, invece, è che ancora una volta si stia procedendo con logiche emergenziali che rischiano di diventare strutturali, scaricando sui territori il peso di decisioni prese altrove.
Ora la palla torna all’Asp. Ma il tempo del confronto, così come era stato immaginato, sembra già finito. E senza un passo indietro concreto, la frattura rischia di allargarsi ulteriormente, con conseguenze che – come spesso accade – ricadranno prima di tutto sui cittadini.








