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Cinema per la scuola a Mesoraca con una mostra e la presentazione del volume sul regista Vittorio de Seta

Cinema per la scuola a Mesoraca con una mostra e la presentazione del volume sul regista Vittorio de Seta

da admin_slgnwf75
2 Maggio 2026
in cultura
Tempo di lettura: 4 minuti
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Vittorio De Seta inizia la sua carriera che lo porterà a diventare uno dei padri del documentarismo e del nuovo meridionalismo contemporaneo

di Luigi Stanizzi

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Prosegue il progetto Opera a Sud/antropologia dei suoni a Mesoraca nell’ambito del programma “Cinema Immagini per la scuola”, promosso dal Mic e dal Mim del Liceo Raffaele Lombardi Satriani di Mesoraca, (diretto da Antonella Perri), insieme alla Cineteca della Calabria, con la mostra Testimoni del Sud e la presentazione del volume Vittorio De Seta / Lettere dal sud, nell’ambito del Mesoraca in Festival.

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Il lavoro dei grandi del cinema e dell’antropologia italiana che hanno riscritto il modo di guardare alla società meridionale, come Ernesto de Martino, Luigi di Gianni, Alan Lomax e Diego Carpitella, in una mostra e nella presentazione del volume dedicato al grande maestro del cinema e del documentario , curato da Eugenio Attanasio che viene presentato il 30 Aprile nella Sala Consiliare del Comune di Mesoraca. Lettere dal Sud/ Vittorio de Seta raccoglie lettere inedite, diari, articoli, conversazioni e testimonianze ripercorrendo alcuni momenti
piu’ significativi, del regista e dell’uomo, valendosi di contributi autentici e qualificati di
intellettuali, giornalisti e persone che lo hanno conosciuto realmente, come Domenico Levato, Luigi Stanizzi, Davide Cosco e altri. Un prodotto editoriale importante che giunge al termine di un lungo lavoro effettuato dalla Cineteca della Calabria sul regista, del quale la Cineteca custodisce l’opera omnia, ed iniziato vent’anni fa con la prima ristampa dei documentari ’54’59, proseguito nelle scuole con i progetti di alfabetizzazione e di divulgazione del cinema antropologico, e che oggi storicizza l’impegno della Cineteca nel tenere viva la memoria e indirizzare nuovi cammini di studio e ricerca.

Formidabile la promozione delle innumerevoli attività meritorie della Cineteca della Calabria, presieduta dal regista Eugenio Attanasio, portata avanti in Italia e all’estero dal giornalista e mediatore interculturale Francesco Stanizzi.

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L’allestimento di Testimoni del Sud fa seguito alle proiezioni dedicate ai temi dell’antropologia culturale, e racconta la storia di questo gruppo di intellettuali, che , intorno alla metà degli anni ’50 si muove verso l’Italia Meridionale per raccogliere e raccontare la cultura e la società del luogo che di lì a pochi anni sarebbe scomparsa. Sono etnomusicologi come Alan Lomax e Diego Carpitella, registi come Vittorio de Seta e Luigi di Gianni, ispirati dalle teorie di Ernesto de Martino, che hanno lasciato un patrimonio sonoro e visivo di grande interesse per decodificare la complessa società meridionale. Grazie a loro si modifica l’atteggiamento di rifiuto della cultura contadina, perché considerata sinonimo di arretratezza e povertà, e si capisce finalmente l’importanza di tutelarne la memoria e la conservazione. natura.

Si parte dal 1954. Sono date importanti perché in Italia è in atto il processo di industrializzazione, che porta migliaia di lavoratori meridionali nelle fabbriche del Nord Italia, spopolando le campagne e popolando le grandi periferie urbane.
Una mutazione antropologica senza precedenti che liquida tutto ciò che è passato come antiquato, che seppellisce la cultura contadina dietro il ricordo spiacevole della povertà. Il modello della nuova società non può che essere consumistico, legato al benessere materiale, all’illusione che lo stare meglio sia legato agli elettrodomestici.

Prima che si compia del tutto questo genocidio culturale, un gruppo di intellettuali capisce che questo patrimonio di cultura immateriale sta per essere buttato nella spazzatura e pertanto deve essere salvato, cristallizzato e raccontato nel cinema e nella musica. C’era stata la lezione di Ernesto de Martino che aveva dato nuovo valore al Meridione, allo studio delle pratiche magiche viste non più come espressione di una cultura arretrata e irrazionale, ma come uno scrigno di valori da interpretare.

Nell’estate del ‘54 tra Messina e Bagnara si incontrano un giovane cineasta e due ricercatori, di cui uno è americano. Sono scesi al Sud per raccogliere materiali audiovisivi, registrazioni audio musicali, di una tradizione contadina che di lì a poco sarebbe scomparsa. Sono Vittorio de Seta, Alan Lomax e Diego Carpitella che conducono quest’indagine in parallelo, tra cinema e musica, che segna una tappa fondamentale per l’etnoantropologia italiana.

Vittorio De Seta inizia la sua carriera che lo porterà a diventare uno dei padri del documentarismo e del nuovo meridionalismo contemporaneo. Tra Calabria Sicilia e Sardegna gira tra il 54’ e il 59’ dieci corti documentari fortemente innovativi nello stile e nei contenuti, nei quali racconta la vita e la fatica di contadini, pescatori, zolfatari, pastori, immortalando quelle forme di cultura arcaica, che in quel periodo stavano per essere cancellate dallo sviluppo della industrializzazione selvaggia. È il primo regista italiano ad avere usato il colore ed il formato Cinemascope nel documentario, ad avere eliminato l’uso della voce fuori campo per dare spazio ad un commento sonoro che registrava in loco, con voci, suoni e musiche autentiche, legate alle azioni dei protagonisti.

Su di essi dirà Martin Scorsese: “Erano i figli di Sisifo, che aveva imprigionato Thanatos per evitare il decesso dei mortali, i figli di Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli dei per donarlo ai mortali, e per questo erano stati puniti per l’eternità. Gente che cercava la redenzione attraverso il lavoro manuale: nelle viscere della terra (Surfarara), in mare aperto (Contadini del mare), sulle colline (Parabola d’oro) – tirando le reti, tagliando il grano, estraendo lo zolfo. Gente che sembrava pregare attraverso la fatica delle mani. Di cosa era composta questa alchimia? Era il cinema nella sua essenza, in cui il regista non registra la realtà, ma la vive in prima persona. Non era solo il mondo dei miei antenati che mi era apparso davanti agli occhi, ma anche un cinema che non esisteva più. Un cinema che aveva il potere dell’evocazione religiosa”.

Tags: cinemadocumentariofestivalmeridionalismomesoracamostraregistavolume

admin_slgnwf75

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