Rimettere al centro la relazione educativa autentica è più importante di aule all’avanguardia, di nuovi e più performanti dispositivi elettronici, algoritmi ed intelligenza artificiale
di Alberto Capria*
(…) Frequento le scuole superiori ed ho sempre avuto una grande curiosità: mi piace imparare e conoscere cose nuove. Tuttavia questo modo di fare scuola ha gradualmente distrutto questa mia passione. Con il tempo sono stato costretto a studiare a memoria che, anche se sbagliata, è spesso l’unica soluzione per ottenere buoni voti e avere ancora un po’ di tempo nel pomeriggio per dedicarmi ad altre attività. Trovo estremamente difficile conciliare lo studio approfondito con il mantenimento di buoni risultati: una delle due cose finisce per essere sacrificata. Pur sbagliando, mi trovo a dare priorità ai voti”.
Questo brano di una lettera inviata da un giovane studente ad una rivista di settore, fotografa la situazione critica – ultradecennale – della nostra scuola.
Da tempo immemore ci siamo concentrati su cicliche riforme, piani ed indicazioni nazionali, fondi europei e innovazione digitale, perché si è erroneamente pensato che il miglioramento dell’istruzione passasse esclusivamente dal rinnovamento degli spazi e dalle nuove tecnologie, pur utili senza ragionevole dubbio. Si è speso (investito?) in ambienti colorati spesso non creati specificatamente per la didattica, dispositivi digitali, infrastrutture intelligenti; ma la qualità educativa è ben altra cosa.
Ci sono due domande che non ci siamo posti: non è giunto il momento di cambiare il nostro modo di viverla, immaginarla, guardarla la nostra scuola? Il rischio della scarsità di mezzi ormai è superato, ma era davvero questo il problema?
In un mondo che stupidamente corre verso l’efficacia e l’efficienza, il dato e la prestazione, rischiamo di dimenticare che educare è, prima di tutto, un’azione relazionale ed emotiva. Ciò che conta davvero sono le dinamiche relazionali nell’edificio scuola e nelle classi. La rivoluzione urgente non è quella delle strutture e dei dispositivi didattici digitali, ma il modo di vivere la scuola di insegnanti, studenti, dirigenti, famiglie.
Perché è solo attraverso uno sguardo diverso, un punto di osservazione nuovo che possiamo riconoscere istanze taciute, sofferenze, presenza viva in aula, il tempo lento che consente la riflessione ancora prima di test, compiti in classe e verifiche.
Qualcuno dice che una scuola così esiste. Forse, ma è rara; ed invece dovrebbe essere la normalità.
È necessario cambiare una scuola che, in un tempo in cui tutto viene misurato, progettato, ideato, rischia di essere ridotta a un contenitore; ciò che conta non sono libri digitali, tablet, pc ed edifici, ma le persone che li frequentano. Un essere scuola, non esserci soltanto dentro.
Una scuola che, grazie a divieti ed all’erogazione di valutazioni numeriche e bocciature – dispensate, si badi bene, a fin di bene: il nostro – dovrebbe rendere gli adolescenti “consapevoli e consci dei propri limiti e pronti ad affrontare in modo serio la vita”. Sciocchezze.
Proviamo a rimettere al centro la relazione educativa autentica, che è infinitamente più importante di aule all’avanguardia, di nuovi e più performanti dispositivi elettronici, algoritmi ed intelligenza artificiale. Gettiamo definitivamente le basi per una alfabetizzazione emotiva e relazionale, smettiamo di preoccuparci solo di dare ai nostri alunni regole e nozioni spesso trascurando – come dice Matteo Lancini – la capacità di connetterci autenticamente con essi, riconoscendo le loro emozioni.
L’apprendimento – processo relazionale e affettivo integrato fra corpo, mente ed emozioni – non si attiva per l’I Pad né per la fibra che viaggia a 2 giga; ma se ci si sente accolti, valorizzati, se il docente diventa “facilitatore di significati, regista dell’esperienza, architetto della motivazione”.
Il cambiamento necessario ed urgente dunque non parte da riforme strutturali, ma da una presa di coscienza, da uno sguardo nuovo, più profondo, più umano, più libero. Uno sguardo capace di cogliere la complessità del processo educativo, la responsabilità di una scuola che accompagna, ascolta e forma cittadini, non solo studenti performanti e valutati.
Questa scuola non la si trova nei bandi PNRR né in nessun software o start up. Si costruisce giorno per giorno nel modo in cui ci si rivolge agli studenti, nel clima interno, nel tempo dedicato alla cura del gruppo classe senza corse, nel riconoscere la loro unicità, nel mettere al centro la relazione molto prima di test, performance, valutazioni, memoria e commento del brano, divieti e ordine.
Consideriamo le esigenze dei nostri alunni e figli, non sempre le nostre: e smettiamo una volta per tutte di ripetere, quando non capiscono i nostri atteggiamenti, che …lo stiamo facendo per il loro bene.
*Rettore Convitto Filangieri Vibo Valentia









