Il sogno del Catanzaro in Serie A non è finito. E non solo perché restano ancora novanta minuti da giocare, nei quali tutto può accadere, soprattutto con una squadra come quella giallorossa
di Franco Cimino
Non è vero che i sogni finiscono all’alba. Non è vero nemmeno che si sogni soltanto di notte. I sogni, quelli belli, non finiscono mai. E non esiste un brutto risveglio capace di cancellarli o trasformarli in dolorosa delusione. Un sogno autentico non diventa mai un incubo mascherato, quando nasce dal cuore prima ancora che dal sonno profondo.
E certi sogni non terminano al novantesimo minuto. Non soltanto perché, in alcune circostanze, la partita continua in una seconda sfida, quella classica “di ritorno”, per usare il linguaggio calcistico. Il sogno vero non muore mai: si trasforma in una realtà che cammina, che prende forma nella vita concreta e negli obiettivi che quel sogno custodiva.
Il sogno del Catanzaro in Serie A non è finito. E non solo perché restano ancora novanta minuti da giocare, nei quali tutto può accadere, soprattutto con una squadra come la nostra, che sul campo ha dimostrato valori altissimi, capaci di andare oltre l’aspetto tecnico per entrare nel territorio delle autentiche imprese umane. In quelle imprese non contano soltanto le “armi” che possiedi, ma anche valori che oggi si trovano sempre meno, soffocati da un’economia impazzita che ha trasformato lo sport — qualsiasi sport — in una feroce competizione chiamata business.
Questa squadra quei valori li ha mostrati tutti. E non soltanto al proprio pubblico o alla propria città, ma all’Italia intera e alla Calabria tutta. Non è un caso se tanti appassionati vedono, in questa impresa catanzarese, il ritorno del calcio romantico di un tempo. Il calcio vero. Quello in cui non contano soltanto il denaro e i grandi campioni. Non contano le televisioni che sembrano comprare e vendere tutto ciò che ruota attorno a questo gioco: le partite, il mercato infinito dei calciatori, le polemiche, gli scontri tra tifoserie, spesso alimentati più dall’aggressività che dalla passione autentica.
Un calcio drogato dal denaro, alimentato da presidenti — spesso stranieri — che acquistano società senza alcun legame con le città che rappresentano. Presidenti che non conoscono neppure i territori delle squadre che comprano, perché il loro vero interesse non è la squadra, ma la società calcistica come strumento di ulteriori affari. E troppo spesso, di tutto quel denaro, nelle città e nelle comunità resta ben poco.
Questo Catanzaro ha dimostrato che si può vincere bene, con onore e dignità, anche dentro questo sistema dominato dall’economicismo. Ha dimostrato che il calcio può ancora essere quello delle nostre nostalgie: i campioni nei cortili davanti casa, i campi sterrati di una volta, il sogno dei bambini che immaginano di diventare calciatori.
Basta guardare i ragazzi che oggi indossano la maglia giallorossa e riempiono gli spalti. È uno spettacolo vederli andare allo stadio. È una poesia osservarli mentre tifano, gioiscono, soffrono e piangono — di felicità o di delusione — per la loro squadra. Per questo Catanzaro.
Negli ultimi anni, e soprattutto in questa stagione, il Catanzaro ha dimostrato serietà, volontà, coraggio, preparazione, spirito di sacrificio, amore per i propri colori e una passione autentica per questo sport. Ha dimostrato di possedere qualità tecniche e agonistiche di altissimo livello, grazie a un allenatore bravissimo e a calciatori straordinari, tutti straordinari, senza eccezioni.
Ma ha mostrato anche qualcosa di ancora più raro: una competenza eccezionale nella costruzione di una società sana sotto ogni profilo. Una società ricostruita praticamente da zero, anzi dalle macerie di un passato che l’aveva portata vicinissima al fallimento irreversibile.
Da questa realtà dovrebbero imparare anche club molto più blasonati e ricchi. Il Catanzaro possiede infatti una qualità rara: riesce a trasformare giocatori in crisi in grandi campioni, restituendo loro fiducia, talento e serenità. Qui arrivano ragazzi sottovalutati dalle grandi società e diventano protagonisti sul palcoscenico nazionale. Qui arrivano calciatori stanchi e delusi, spesso persino poco convinti di trasferirsi in una piccola città del Sud, e finiscono invece per sentirsi felici, sereni, accolti. Molti desiderano restare non soltanto per giocare a calcio, ma per vivere.
E qui è cresciuta anche una tifoseria che si conferma tra le più belle, civili e corrette d’Italia. Una tifoseria capace di distinguersi ovunque per educazione, passione e rispetto.
A Catanzaro è tornato un calcio che fa vivere e sognare. Un calcio che ricorda, per certi versi, quello dei mitici anni Settanta: uno strumento di riscatto sociale, civile e umano. Un sentimento che oggi potrebbe diventare anche coscienza collettiva, desiderio di vedere la città crescere non soltanto nello sport, ma anche nella propria dimensione civile e culturale.
E voglio dirlo chiaramente, soprattutto oggi, in questo momento fatto insieme di delusione, speranza, gioia e malinconia: gran parte di questo merito ha un nome preciso. Floriano Noto, il presidente.
Molto di questa grandezza calcistica appartiene a lui. Molto del valore acquisito da questa squadra porta la sua firma. È suo gran parte del patrimonio sportivo costruito in questi anni. È sua l’idea di un Catanzaro serio, credibile, ambizioso.
Un Catanzaro del sogno che continua ancora. E che non si fermerà venerdì sera a Monza. Qualunque sarà il risultato, questa squadra, il suo allenatore e i suoi splendidi calciatori hanno già lasciato aperta la porta del sogno. Un sogno bellissimo, destinato a continuare.









