Sabato la manifestazione nazionale promossa dalla Flai Cgil, alla quale prenderanno parte il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, e il segretario generale della Flai nazionale, Giovanni Mininni
La morte atroce di quattro braccianti agricoli, rimasti intrappolati e arsi vivi nel rogo di un minivan nelle campagne di Amendolara, continua a scuotere le coscienze della Calabria e dell’intero Paese. Una tragedia che ha riportato al centro del dibattito pubblico il dramma dello sfruttamento lavorativo in agricoltura, il fenomeno del caporalato e le condizioni di vita spesso disumane cui sono costretti migliaia di lavoratori stranieri.
A pochi giorni dall’accaduto, si moltiplicano le prese di posizione di sindacati, associazioni e rappresentanti della società civile. Un coro unanime che chiede verità, giustizia e soprattutto interventi concreti per spezzare una catena di sfruttamento che, ancora oggi, continua a mietere vittime.
La mobilitazione culminerà sabato 6 giugno ad Amendolara con la manifestazione nazionale promossa dalla Flai Cgil, alla quale prenderanno parte il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, e il segretario generale della Flai nazionale, Giovanni Mininni, insieme a delegazioni provenienti da tutta Italia.
La Cgil Calabria non usa mezzi termini nel descrivere quanto accaduto. Per il sindacato, alla “barbara uccisione dei quattro operai agricoli arsi vivi nel rogo di un minivan” e al contesto di sfruttamento emerso dalle indagini “non può non seguire un moto di indignazione che richiami non solo la coscienza collettiva, ma la politica e la società tutta, ad un segnale forte e di strada”.
Parole dure che puntano il dito contro un sistema che continua a considerare invisibili i lavoratori delle campagne: “Le braccia nei campi dietro le quali si sostiene la nostra agricoltura necessitano di rispetto e dignità, non di ferocia e barbarie”, sottolinea la Cgil, denunciando l’esistenza di “una parte del sistema marcia, mortificata dallo sfruttamento, dal caporalato e dalla violenza”.
Da qui la richiesta, avanzata congiuntamente da Cgil e Flai, al presidente della Regione Roberto Occhiuto di convocare con urgenza un Consiglio regionale aperto dedicato al tema dello sfruttamento lavorativo, coinvolgendo istituzioni, associazioni e parti sociali.
Una richiesta che trova sponda anche nella Uil Calabria. La segretaria generale Mariaelena Senese parla apertamente di una moderna forma di schiavitù: “Il caporalato e lo sfruttamento indegno dei braccianti agricoli sono la forma contemporanea della tratta degli schiavi. Non c’è un altro modo per definire un fenomeno i cui contorni sono tanto ampi quanto noti e i cui effetti sono drammatici sotto il profilo umano, sociale ed economico”.
Per la dirigente sindacale il tempo delle parole è ormai scaduto: “Non c’è più spazio per l’indignazione e non servono altre analisi, le proposte sono già tutte sul tavolo: è ora di agire”, afferma con fermezza.
Ancora più severa la lettura di Libera Calabria, che definisce quanto accaduto ad Amendolara “l’ennesima tragedia annunciata”. Secondo l’associazione antimafia, i quattro lavoratori sono stati vittime di “un sistema che umilia, sfrutta e uccide”, alimentato dal caporalato e da un’economia che fonda la propria competitività sull’abbattimento dei costi del lavoro e sulla negazione dei diritti fondamentali.
Nel lungo documento diffuso dopo la tragedia, Libera denuncia un sistema che paga i lavoratori al di sotto dei minimi contrattuali, impone “orari di lavoro senza limiti, riposi ridotti al minimo e nessuna misura di sicurezza”, aumentando il rischio di incidenti e morti sul lavoro.
Particolarmente significativo il passaggio in cui l’associazione richiama le responsabilità di un modello economico più ampio. “Un crimine che umilia le persone nel nome della logica del profitto”, scrive Libera, evidenziando come a prosperare non siano soltanto le organizzazioni mafiose che controllano il traffico di manodopera e il caporalato, ma anche “un sistema di illegalità che non è mafioso in senso stretto, eppure con le mafie condivide il disprezzo per la vita umana”.
Le diverse prese di posizione convergono tutte su un punto: la tragedia di Amendolara non può essere archiviata come una fatalità. Dietro quelle quattro vite spezzate c’è una realtà fatta di sfruttamento, precarietà, ricatti e condizioni di vita indegne che da anni viene denunciata da sindacati, associazioni e operatori sociali.
L’arrivo di Maurizio Landini in Calabria per la manifestazione di sabato assume così un significato che va oltre la solidarietà alle famiglie delle vittime. Diventa il simbolo di una battaglia che chiede allo Stato, alle istituzioni e al mondo produttivo di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Perché, come emerge con forza da tutte le voci che si sono levate dopo il rogo di Amendolara, il problema non è soltanto individuare i responsabili di una tragedia. È impedire che tragedie simili possano ripetersi ancora.









