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Il racconto della domenica. Il filo spezzato

Il racconto della domenica. Il filo spezzato

da admin_slgnwf75
28 Giugno 2026
in cultura
Tempo di lettura: 2 minuti
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Quel profondo malessere che la pervade, e a cui non sa dare né nome né volto, così come i quasi 3.000 amici. Vicini o lontani non fa differenza. Comunque virtuali

di Pierluigi Lo Gatto

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Il suo cellulare, dai contorni colorati come sere di primavera, continua a illuminarsi con minuscoli spasmi provenienti da chissà quali universi .
È simile a quei fuochi d’artificio che punteggiano il buio a intervalli difficili da indovinare, con la speranza che il prossimo botto, l’ennesimo scoppio, produca finalmente un effetto mai visto e proprio per questo tanto agognato.
Arianna è in piedi, sulla sedia.
Chissà se qualche commento incresperà quell’oceano digitale, se qualche triste nota scorrerà sui pochi secondi che l’attenzione concede, se un’emoticon,ornata di lacrima, occuperà lo spazio angusto e ristretto destinato ai sentimenti.
Quasi 3000 amici. Vicini o lontani non fa differenza. Comunque virtuali.
Con la maggior parte non ha mai scambiato una parola, ma sempre condiviso paradisi di cartapesta, pensieri di plastica dispensati dalla rete, deserti di ghiaccio freddi come esangui vittime del nulla.
Quanti like su quella foto postata sui social, con quel tubino tinto di notte e quelle labbra drappate di rosso, che fuoriescono testarde dallo schermo come girasoli dalla preziosa tela.
Una bramosia incontrollata di pollici alzati, di fugace premura, di consensi che invano tentano di far svanire la pungente sensazione di essere invisibile.
Pungente come quel profondo malessere che la pervade, e a cui non sa dare né nome né volto.
Quante volte, davanti a mamma e papà, intenti a spartire con la televisione insieme alla cena anche noia e stanchezza, avrebbe voluto urlare “Io esisto!”.
Quante volte avrebbe desiderato che il suo pianto fosse accolto da sguardi capaci d’ascolto, e non da quello specchio così privo di filtri, unico testimone di quanto reale fosse quell’intima oscurità.

Magari sarebbe stato diverso se , almeno una volta, i suoi insegnanti l’avessero chiamata per nome, ricomponendo quel filo spezzato da così tanto tempo. E se , oltre a date e confini, le avessero chiesto, magari dopo aver terminato il programma, se fosse felice.
Ecco, la felicità non era alzarsi presto la mattina, come le diceva sempre sua madre. La felicità, invece, era essere felici di alzarsi.
Per lei ogni alba era angoscia di vita, sofferenza inspiegabile, autostrada verso quella solitudine dell’anima fatta di porte chiuse, indifferenza, assenza di fiducia . Una solitudine la cui unica medicina era un abbraccio reale, pronto a dedicare del tempo per qualcosa di diverso da poche parole tronche o faccine stereotipate.
Una medicina che Arianna aveva cercato disperatamente fra le mura domestiche, fra anonimi banchi, persino sulla metro che risucchiava migliaia di persone bisognose della stessa cura. Una cura che aveva tentato di trovare su quel web che prometteva ogni cosa, salvo briciole di umanità.
Mentre il nodo scorre sulla corda scivolosa, Arianna fissa quel leoncino di peluche che ha ascoltato tante volte le sue nere parole, incapace di rispondere ma anche di giudicare.
E prima di dare il calcio alla sedia, ultimo sussulto di una fragile onda che termina dolce sulla sabbia infinita, le sue mani stringono quel tenero pupazzo, più vero di tanti inganni dorati e più caldo di qualsiasi virale menzogna.

Tags: domenicafilo spezzatolikeraccontosolitudinevirtuale

admin_slgnwf75

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