La vera sfida non è scegliere tra libertà e sicurezza. È costruire un sistema capace di prevenire, accompagnare e intervenire prima che la paura si trasformi in violenza
di Antonella Moschella
Ci sono malattie che si vedono e altre che restano invisibili. Tra queste, il disagio psichiatrico grave è forse una delle più difficili da comprendere, ma anche una delle più drammatiche da affrontare. Quando una mente si ammala, a soffrire non è soltanto la persona colpita: soffrono le famiglie, i vicini, gli amici e, nei casi più complessi, un’intera comunità. Eppure, mentre il numero delle situazioni di grave fragilità cresce, lo Stato continua a rincorrere le emergenze invece di prevenirle.
Da troppo tempo la salute mentale è diventata una delle grandi emergenze dimenticate del nostro Paese. Dopo la chiusura dei manicomi, scelta che ha restituito dignità a migliaia di persone, sarebbe stato necessario costruire una rete territoriale capace di curare, accompagnare e sostenere chi soffre e le loro famiglie. In molte realtà, però, quella rete non è mai stata realmente completata. Così, tra servizi insufficienti, famiglie lasciate sole e cittadini sempre più impauriti, il disagio psichiatrico continua troppo spesso a trasformarsi in cronaca, quando avrebbe dovuto essere affrontato molto prima con cura, responsabilità e prevenzione.
La chiusura dei manicomi è stata una scelta di civiltà. Era giusto chiuderli, perché troppo spesso erano diventati luoghi di segregazione, abuso e perdita della dignità umana. Nessuno dovrebbe essere privato dei propri diritti solo perché malato, ma quella riforma avrebbe dovuto essere accompagnata da una rete territoriale forte, capace di seguire realmente le persone con disturbi psichiatrici gravi. A distanza di decenni, troppo spesso quella rete continua a essere insufficiente. Molte famiglie si trovano ancora sole ad affrontare situazioni enormi, senza un sostegno concreto, mentre lo Stato interviene soltanto quando la crisi è già esplosa.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Cittadini impauriti che, non trovando risposte nelle istituzioni, arrivano a rivolgersi a trasmissioni televisive come La Vita in Diretta o ad altri programmi d’inchiesta nella speranza che qualcuno ascolti il loro grido di aiuto. È una sconfitta per uno Stato che dovrebbe essere il primo punto di riferimento per chi vive situazioni tanto drammatiche.
A Novoli, in provincia di Firenze, oltre cento famiglie raccontano di vivere da tempo in ostaggio di un vicino violento. Denunciano minacce, aggressioni, atti vandalici e una paura quotidiana. L’ultimo episodio è inquietante: l’uomo avrebbe tentato di sfondare la porta di un appartamento utilizzando un cartello stradale, terrorizzando l’intero condominio. Le segnalazioni si susseguono, le forze dell’ordine intervengono, ma i residenti continuano a chiedersi quanto ancora dovranno vivere nel terrore prima che venga trovata una soluzione stabile.
A rendere ancora più evidente la gravità del problema è il fatto che queste vicende non rappresentano casi isolati. Da Firenze a Roma, da Modena ad altre città italiane, si ripete sempre lo stesso copione: famiglie che denunciano chiedono aiuto, vivono nel terrore e si sentono abbandonate.
A Roma un intero condominio in ostaggio da mesi, di un vicino ritenuto responsabile di una lunga escalation di episodi violenti. Secondo quanto denunciato dai residenti, tutto sarebbe iniziato nel 2024 con atti di vandalismo ai citofoni, per poi proseguire con il lancio di oggetti pericolosi dai balconi, l’uscita armato di una sciabola, l’aggressione a due ragazzi, il versamento di sostanze corrosive sulle scale condominiali e, infine, l’incendio di alcune automobili parcheggiate sotto lo stabile, gesto che l’uomo avrebbe confessato.
Anche in questo caso i cittadini si sono trovati costretti a scendere in strada e a manifestare davanti al Municipio per chiedere ciò che dovrebbe essere garantito senza dover ricorrere a proteste pubbliche: sicurezza, ascolto e interventi concreti.
Queste storie dimostrano che il problema non riguarda soltanto le famiglie di chi soffre di un grave disagio psichico o comportamentale. Riguarda anche decine di cittadini innocenti che vivono barricati nelle proprie case, che hanno paura di aprire la porta, di lasciare uscire i figli, di rientrare la sera o semplicemente di incrociare il proprio vicino sul pianerottolo.
Non è accettabile che, nel 2026, per ottenere attenzione si debba arrivare davanti alle telecamere di programmi televisivi o protestare in piazza. Quando le istituzioni non riescono a dare risposte, i cittadini cercano aiuto ovunque, perché la paura non può aspettare i tempi della burocrazia.
Lo Stato ha il dovere di tutelare chi soffre di gravi disturbi psichiatrici con cure tempestive, percorsi terapeutici adeguati e una presa in carico continua. Ma ha lo stesso dovere di garantire il diritto alla sicurezza di chi vive accanto a queste situazioni. Non sono due diritti in contrapposizione: sono due responsabilità che uno Stato civile deve saper proteggere contemporaneamente.
La vera sfida non è scegliere tra libertà e sicurezza. È costruire un sistema capace di prevenire, accompagnare e intervenire prima che la paura si trasformi in violenza e che una tragedia annunciata diventi l’ennesima notizia di cronaca.
La malattia mentale è una sofferenza che merita rispetto, cure e dignità. Tuttavia, quando una persona affetta da un grave disturbo interrompe le cure o rifiuta ogni percorso terapeutico e manifesta comportamenti gravemente aggressivi o pericolosi, il problema non riguarda più soltanto lei e la sua famiglia. Diventa anche una questione di sicurezza pubblica. In queste situazioni non basta intervenire nell’emergenza: occorre una presa in carico continuativa, con percorsi terapeutici adeguati e strumenti che permettano di proteggere contemporaneamente la persona malata e la collettività.
Oggi, invece, troppo spesso ci si limita a tamponare l’emergenza con un ricovero temporaneo o un TSO, per poi lasciare che tutto ricominci da capo. Così le famiglie vivono nell’angoscia e i cittadini nella paura.
Uno Stato civile non può scegliere tra il diritto alla cura e il diritto alla sicurezza. Deve garantire entrambi. Deve investire nei Dipartimenti di Salute Mentale, rafforzare i servizi territoriali, sostenere le famiglie e assicurare una presa in carico reale dei casi più complessi, affinché nessuno venga abbandonato.
Perché il vero obiettivo non è limitare la libertà di chi soffre, ma evitare che l’abbandono trasformi una persona fragile in una tragedia annunciata. Tutelare il malato significa offrirgli cure adeguate, continuità assistenziale e dignità. Tutelare i cittadini significa impedire che situazioni di grave rischio vengano ignorate fino a quando qualcuno non rimane ferito o perde la vita.










