Ci sono canzoni che non finiscono mai. La memoria non serve soltanto a guardare indietro. Serve soprattutto a capire da dove veniamo
di Maurizio Bonanno
Dinanzi alla morte di Peppino Di Capri è difficile parlare di addio quando si ha davanti un patrimonio di emozioni destinato a continuare a vivere ogni volta che qualcuno poserà le dita su un pianoforte e accennerà quelle note che tutti, inevitabilmente, riconoscono.
Le sue canzoni non hanno semplicemente accompagnato un’epoca: sono diventate parte della vita di milioni di italiani, il sottofondo discreto di amori, estati, matrimoni, feste di piazza, pianobar e serate che sembravano non dover finire mai.
Certo, oggi ci lascia un uomo, ma resta una voce. E certe voci non conoscono la parola fine.
Oggi, mentre tutti ricordano il grande interprete, il vincitore di ben due Sanremo, il protagonista di oltre sessant’anni di storia della musica italiana, confesso che il primo pensiero è andato altrove. È tornato a quei miei vent’anni… che sembravano non dover passare mai.
Prima di diventare giornalista, prima di fare il sociologo, prima ancora di immaginare che un giorno avrei diretto un giornale o una televisione, c’era un ragazzo che la sera si sedeva davanti a una tastiera nei pianobar della Costa degli Dei. Erano gli anni in cui la musica si suonava davvero, guardando negli occhi il pubblico, imparando a capire una sala prima ancora di leggere uno spartito.
Ogni serata aveva il suo ritmo. C’era chi chiedeva Battisti, chi Lucio Dalla, chi Baglioni o Gino Paoli. Ma c’era un momento che arrivava sempre. Puntuale. Quasi fosse un rito.
«Mi fai Champagne?»
Era una richiesta che non mancava mai.
E non importava se fosse un albergo di Vibo Valentia, un localino chic di Tropea, un locale di Pizzo, un ristorante affacciato sul mare di Zambrone o una terrazza dove la brezza portava il profumo della salsedine. Bastavano quelle prime note al pianoforte e succedeva qualcosa. Le conversazioni si abbassavano di tono. Qualcuno prendeva la mano della persona accanto. Altri sorridevano pensando a un amore lontano. C’era persino chi cantava sottovoce, quasi per non disturbare quel momento.
Solo molti anni dopo ho capito che il segreto di Peppino Di Capri era proprio questo: non riempiva il silenzio. Lo rendeva più bello.
La sua era una musica che non aveva bisogno di stupire. Non rincorreva le mode, non cercava provocazioni, non alzava mai la voce. Aveva scelto una strada molto più difficile: quella dell’eleganza.
Un’eleganza che oggi sembra quasi una virtù dimenticata.
Era elegante il suo modo di stare sul palco. Elegante il modo di raccontare l’amore. Elegante perfino il modo di interpretare la malinconia. In un tempo in cui tutto sembra dover essere esasperato, Peppino Di capri ci ha insegnato che si può arrivare al cuore delle persone anche con un sussurro.
Forse è per questo che ha attraversato intere generazioni senza mai diventare “vecchio”. I nostri genitori lo ascoltavano. Noi lo suonavamo. Oggi lo ascoltano anche i nostri figli, magari senza sapere quanto di quella musica appartenga alla storia sentimentale del nostro Paese.
Erano canzoni che avevano il raro privilegio di unire generazioni diverse, parlando a tutti con la stessa semplicità.
Peppino Di Capri non aveva bisogno di effetti speciali. Non cercava lo scandalo, non rincorreva le mode, non alzava mai la voce. La sua forza era l’eleganza. Quell’eleganza autentica che nasce dal rispetto per la musica, per le parole e per chi ascolta.
Aveva portato Capri nel mondo senza mai dimenticare il Mediterraneo che gli scorreva dentro. Aveva attraversato il rock degli inizi, i grandi festival, le trasformazioni della musica italiana, restando sempre fedele a se stesso. In un mondo che cambiava continuamente, lui era un punto fermo. E forse proprio per questo le sue canzoni continuano a emozionare anche chi non era ancora nato quando vennero incise.

Oggi, mentre tanti ne ricordano i successi, preferiamo ricordare ciò che ci ha lasciato davvero: il valore della misura, della melodia, della bellezza raccontata senza eccessi. Una lezione artistica, ma anche umana.
Per chi ha avuto la fortuna di fare musica dal vivo, Peppino Di Capri è stato anche una scuola. Non soltanto per le armonie, ma per il rispetto verso il pubblico. Perché ogni sua canzone aveva il dono più raro: quello di creare un’atmosfera.
E chi, come me, ha trascorso tante sere dietro una tastiera sa che il successo di un brano non si misura dagli applausi. Si misura dai silenzi. Da quegli istanti in cui una sala intera sembra trattenere il respiro.
Con Peppino Di Capri succedeva spesso.

Oggi mi piace immaginare che, da qualche parte, ci sia ancora un pianoforte bianco affacciato sul mare della sua Capri. Lo stesso mare che, in fondo, non è poi così diverso da quello che bagna la nostra Costa degli Dei. Due orizzonti mediterranei uniti dalla stessa luce, dalla stessa nostalgia e dalla stessa voglia di vivere.
Per questo il nostro non vuole essere un addio.
È un grazie.
Grazie per le emozioni regalate. Grazie per aver insegnato a tanti ragazzi, me compreso, che una canzone può diventare il ricordo più bello di una serata. Grazie per aver dimostrato che si può attraversare il tempo senza perdere il garbo, la misura e la dignità.
E mentre oggi il sipario si chiude sulla sua lunga avventura terrena, viene naturale ripensare proprio a quella canzone che, per anni, è stata anche nelle mie serate al pianoforte.
Ogni volta che la suonavo vedevo nascere un sorriso, una carezza, un lento improvvisato, un brindisi, un amore che ricominciava o uno che finiva con dolcezza.
Forse è questo il destino dei grandi artisti: andarsene senza andarsene davvero.
Perché da stasera, in qualche pianobar affacciato sul mare, qualcuno poserà ancora le dita sulla tastiera. E quando partiranno quelle prime note, sarà impossibile non pensare a lui.
Ed allora, noi, da quaggiù, non possiamo fare altro che alzare idealmente un calice. Come in quella canzone che nessuno di noi, allora come oggi, riusciva a togliere dalla scaletta di una serata. Per brindare non a un addio, ma a un incontro destinato a non finire mai. Perché certe melodie, proprio come i grandi ricordi, continuano a vivere ogni volta che qualcuno sussurra: “Champagne… per brindare a un incontro!”.
Perché sarà ancora tempo di Champagne.










