Oggi si corre il rischio di una regressione civile perdendo la funzione liberale della pena. Ma la giustizia deve assolvere il compito di salvarci dalla barbarie
di Maurizio Bonanno
C’è un’immagine che più di ogni altra resterà impressa nella memoria di questi giorni: Mauro Moretti, settantadue anni, ex amministratore delegato delle Ferrovie dello Stato, che si presenta spontaneamente davanti ai cancelli del carcere per iniziare a scontare la pena divenuta definitiva per la tragedia di Viareggio.
Ma accanto a quell’immagine ce n’è un’altra che dovrebbe inquietarci molto di più.
È l’immagine, meno visibile ma più significativa, di una parte dell’opinione pubblica che applaude. Che esulta. Che celebra. Che vive l’ingresso in carcere di un uomo anziano come una sorta di vittoria morale, come il compimento di una giustizia finalmente realizzata.
Il punto non è condividere o contestare la sentenza — compito che spetta ai giudici e, sul piano critico, ai giuristi — ma riflettere sul modo in cui una parte del Paese ha reagito all’ingresso in carcere di un uomo di settantadue anni rivelando qualcosa di più profondo: la progressiva trasformazione della giustizia in un rito emotivo di punizione pubblica.
Chi scrive proviene da una cultura liberale. Una cultura che considera la pena uno strumento necessario dello Stato, ma anche un potere pericoloso, da esercitare entro limiti rigorosi. Il liberalismo giuridico non nasce per proteggere i colpevoli: nasce per proteggere tutti, soprattutto quando il potere punitivo rischia di travolgere le garanzie. Per questo la nostra Costituzione stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.
È un principio spesso citato e raramente meditato.
La differenza fondamentale tra giustizia e vendetta sta qui. La vendetta è passionale, illimitata, pretende una sofferenza equivalente al male subito. La giustizia liberale, invece, è razionale, istituzionalizzata, proporzionata. Non mira a infliggere dolore per soddisfare un sentimento collettivo, ma ad affermare le regole della convivenza civile.
Per questo motivo il carcere non dovrebbe mai diventare uno spettacolo da applaudire.
Si può ritenere corretta la condanna di Moretti. Si può pensare che i vertici di una grande azienda debbano rispondere anche di gravi omissioni organizzative. Si può sostenere che la tragedia di Viareggio — trentadue morti, famiglie distrutte, una città ferita — esigesse un accertamento severo delle responsabilità. Tutto questo è legittimo.
Ma è altra cosa esultare per l’ingresso in cella di un uomo anziano come se quella immagine chiudesse definitivamente il conto con il dolore.
Non lo chiude.
Anzi, mostra un problema, che nasce quando la sofferenza di un uomo diventa spettacolo pubblico. Quando il carcere non è più l’estrema conseguenza di una decisione giudiziaria, ma diventa il trofeo da esibire alla folla. Quando la pena smette di essere uno strumento dello Stato di diritto e si trasforma in una forma di compensazione emotiva collettiva.

La vicenda Moretti solleva inoltre interrogativi giuridici di grande rilievo, che meritano di essere discussi senza slogan. Numerosi osservatori — tra cui autorevoli giuristi — hanno evidenziato il rischio che, nelle grandi organizzazioni complesse, si stia affermando una sorta di responsabilità di ruolo: sei al vertice, dunque sei responsabile.
È un tema delicatissimo. Il diritto penale moderno si fonda sull’attribuzione personale della colpa, non sulla responsabilità oggettiva. La domanda che attraversa il dibattito è semplice e inquietante: fino a che punto un amministratore può essere chiamato a rispondere penalmente per eventi che si verificano lungo una filiera tecnica e organizzativa vastissima, anche quando ha formalmente rispettato gli obblighi previsti?
Non è una questione che riguarda soltanto Moretti. Riguarda il rapporto tra Stato, impresa, responsabilità e sviluppo. Riguarda il tipo di Paese che vogliamo essere.
C’è poi un altro interrogativo, forse ancora più importante. Che senso ha una pena detentiva eseguita diciassette anni dopo i fatti? Quale funzione rieducativa può svolgere nei confronti di una persona che, in tutto questo tempo, ha continuato a vivere, lavorare, partecipare alla vita sociale?
La domanda non assolve nessuno. Ma costringe a riflettere sulla distanza crescente tra il principio costituzionale della rieducazione e una pratica penale sempre più orientata alla pura retribuzione: hai sbagliato, dunque paghi.
Il rischio è che il carcere diventi un simbolo, non uno strumento. Un gesto da mostrare all’opinione pubblica più che una misura necessaria alla tutela della collettività.
Paradossalmente, in questa storia rischiano di essere tradite sia le vittime sia il condannato.
Le famiglie di Viareggio hanno attraversato diciassette anni di processi, rinvii, prescrizioni, attese. Hanno diritto alla verità, al riconoscimento del loro dolore, a uno Stato che le ascolti davvero. Ma la verità non coincide automaticamente con l’immagine del “grande colpevole” che entra in carcere.

Quando un processo lunghissimo si conclude con una scena simbolica destinata ai titoli dei giornali, il sospetto che si stia cercando anche un capro espiatorio non può essere liquidato come eresia garantista.
Ed è qui che il discorso diventa più amaro.
Da Mani Pulite in poi, l’Italia ha progressivamente smarrito la distinzione tra accertamento delle responsabilità e delegittimazione morale dell’imputato. L’indagato è diventato spesso colpevole prima della sentenza; il processo, uno spettacolo; il carcere, la certificazione finale della “vera giustizia”.
In questa cultura il garantismo viene sospettato di complicità, mentre il giustizialismo si traveste da virtù civica.
Il risultato è sotto i nostri occhi: un Paese che discute poco di diritto e molto di punizione, poco di prove e molto di emozioni, poco di rieducazione e molto di espiazione.
Accade che la differenza tra giustizia e vendetta sia proprio quella che oggi sembra diventare sempre più difficile da comprendere. Ma non possiamo cadere in questo pericoloao equivoco
La vendetta è una passione. La giustizia è una regola.
La vendetta è illimitata. La giustizia è contenuta entro confini precisi.
La vendetta cerca il dolore dell’altro. La giustizia cerca il ristabilimento dell’ordine violato.
La vendetta è personale. La giustizia appartiene alle istituzioni.
Quando una comunità smette di distinguere tra queste due dimensioni, inizia inevitabilmente un processo di regressione civile.
Non è un caso che tutte le grandi democrazie liberali abbiano progressivamente abbandonato le forme più crudeli di punizione.
Le esecuzioni pubbliche. Le umiliazioni collettive. Le pene corporali. La gogna. Tutto ciò che serviva a soddisfare l’istinto popolare di vedere soffrire il colpevole.
Lo Stato moderno nasce proprio per sottrarre la punizione alla folla. Per trasformare la reazione emotiva in una risposta razionale. Per impedire che il dolore generi altro dolore.
Eppure, osservando certe reazioni all’ingresso in carcere di Moretti, viene da chiedersi se non stiamo assistendo a un ritorno culturale verso forme di giustizia emotiva che credevamo superate.
Perché ciò che colpisce non è tanto la legittima soddisfazione di chi ritiene corretta la sentenza.
Ciò che colpisce è l’idea che il carcere rappresenti di per sé un bene. Che la sofferenza del condannato costituisca una forma di risarcimento morale.
Ma la sofferenza non è giustizia.
Personalmente continuo a ritenere che la responsabilità penale personale di Mauro Moretti resti, quantomeno, oggetto di seri dubbi giuridici. Ma anche chi la considera pienamente provata dovrebbe avvertire un disagio davanti alla gioia con cui molti hanno accolto il suo ingresso in carcere.
Perché una democrazia matura non misura la propria civiltà dal trattamento riservato agli innocenti, bensì dal modo in cui tratta i colpevoli.
E quando la sofferenza di una persona diventa motivo di esultanza collettiva, la giustizia non si rafforza: si impoverisce. Perché pensa a rassicurare l’opinione pubblica, ma si allontana dall’architettura costituzionale della pena come strumento di reinserimento e non di mera espiazione.
Una questione che non è più soltanto giuridica, ma anche politica e culturale.
Perché il sistema mediatico contemporaneo tende inevitabilmente a semplificare ciò che è complesso, a trasformare processi lunghi e articolati in narrazioni lineari dove deve esserci un colpevole riconoscibile, una responsabilità chiara, una pena visibile.
In questo schema, il carcere diventa il simbolo della giustizia compiuta.
E il momento dell’ingresso in carcere assume il valore di un epilogo morale prima ancora che giuridico.
Ma il diritto non nasce per soddisfare questa esigenza narrativa. Nasce per limitarla.
Nasce per impedire il rischio più profondo. Quello di un populismo penale che non appartiene né a destra né a sinistra, ma attraversa trasversalmente la cultura politica e mediatica del Paese.
Un populismo che pretende risposte rapide a problemi complessi. Che identifica la giustizia con la severità della pena. Che misura l’efficacia del sistema giudiziario sulla base della sua capacità di produrre punizione visibile.
In questo contesto, il diritto perde la sua funzione originaria, che non deve essere quella di soddisfare il sentimento sociale, ma quella di regolarlo. Non quella di assecondare la domanda di punizione, ma di contenerla entro i limiti della civiltà giuridica.
È questo il punto che una cultura liberale non può permettersi di dimenticare.
Perché quando la pena diventa spettacolo, la giustizia smette di essere tale.
E quando la giustizia smette di essere contenuta dal diritto, la democrazia inizia a scivolare verso forme di emotività punitiva che la storia europea conosce bene e che ha sempre pagato a caro prezzo.
Forse è questo il punto più doloroso. Non sapere se Moretti meritasse o meno la condanna — questione su cui continueranno a confrontarsi giuristi e storici del diritto — ma accorgerci che, da troppi anni, stiamo confondendo la sete di giustizia con il piacere della punizione.
E ogni volta che accade, diventiamo un po’ meno liberali, un po’ meno garantisti, un po’ meno umani.











