Non serve contrapporre polizia e sanità, né trasformare ogni tragedia in uno scontro ideologico. Serve comprendere cosa ha funzionato e cosa, eventualmente, deve essere migliorato
di Antonella Moschella
La morte di Abderrahim Fakir sarà la magistratura a doverla ricostruire nei dettagli. Saranno le consulenze tecniche, le autopsie, i filmati e le testimonianze a stabilire se vi siano state responsabilità e di chi siano. È giusto che sia così.
Ma questa tragedia pone una domanda che va oltre il singolo episodio: siamo davvero preparati a gestire una persona in piena crisi psichiatrica o in un gravissimo stato di alterazione?
Secondo quanto emerso, il 118 era stato allertato proprio per una crisi psichiatrica, eppure, dalle immagini diffuse, si vede il personale sanitario intervenire solo dopo che le forze dell’ordine avevano già immobilizzato Fakir. Se questa ricostruzione sarà confermata, è inevitabile chiedersi se il ruolo del personale sanitario avrebbe potuto essere più tempestivo e incisivo.
Una crisi psichiatrica è, prima di tutto, un’emergenza sanitaria. Le forze dell’ordine hanno il compito di mettere in sicurezza l’ambiente, i cittadini, proteggere sé stesse da eventuali aggressioni. Ma la gestione clinica della persona appartiene ai sanitari, che dispongono delle competenze per valutare le condizioni del paziente e intervenire secondo i protocolli medici.
Nessuno può affermare che un diverso intervento avrebbe certamente cambiato l’esito della vicenda. Sarebbe una conclusione che oggi nessuno può sostenere con certezza. Tuttavia è legittimo domandarsi se un intervento sanitario più rapido, una diversa strategia di gestione o un diverso coordinamento tra polizia e 118 avrebbero potuto ridurre la necessità di un contenimento fisico prolungato.
Quando un agente interviene davanti a una persona in grave stato di agitazione, in cui ogni tentativo di dialogo appare impossibile e vi è un concreto rischio per l’incolumità propria o altrui, si trova spesso di fronte a un dilemma drammatico: se usa la forza rischia di essere accusato di averne fatto un uso eccessivo; se non interviene con decisione, rischia conseguenze ancora più gravi per sé, per i colleghi o per i cittadini presenti.
La domanda, allora, non è soltanto se la forza sia stata proporzionata, ma anche quali alternative concrete fossero realmente disponibili in quei pochi istanti. Come si neutralizza una persona estremamente aggressiva senza ricorrere al contenimento fisico? Ed è proprio qui che emerge la necessità di un sistema in cui le forze dell’ordine non siano lasciate sole: accanto agli agenti devono esserci protocolli chiari, personale sanitario pronto a intervenire e strumenti adeguati per gestire le crisi più complesse.
Per questo non serve contrapporre polizia e sanità, né trasformare ogni tragedia in uno scontro ideologico. Serve comprendere cosa ha funzionato e cosa, eventualmente, deve essere migliorato. Solo così si tutelano contemporaneamente il diritto alla vita della persona in crisi e il difficile lavoro di chi, ogni giorno, è chiamato a intervenire in situazioni che nessuno vorrebbe mai affrontare.

Non è la prima volta che il nostro Paese si trova davanti a tragedie avvenute durante la gestione di persone in grave stato di agitazione. I casi di Federico Aldrovandi, Riccardo Magherini, Andrea Soldi, Riccardo Rasman, Enrico Lombardo e oggi Abderrahim Fakir, pur essendo tutti diversi tra loro e con responsabilità giudiziarie differenti, hanno alimentato negli anni un dibattito sul contenimento fisico, sul monitoraggio delle funzioni vitali e sul coordinamento tra forze dell’ordine e personale sanitario.
Ogni intervento è diverso e ogni vicenda deve essere valutata singolarmente, ma quando episodi con caratteristiche analoghe si ripetono nel tempo, uno Stato serio non si limita ad attendere le sentenze: si interroga anche sui propri protocolli.
Gli agenti intervengono spesso in condizioni estreme, con pochi secondi per decidere e davanti a persone imprevedibili e molto violente. Non è un lavoro semplice e nessuno dovrebbe dimenticarlo, ma proprio per questo non possono essere lasciati soli. Se una persona è in crisi psichiatrica, l’intervento non può essere soltanto di ordine pubblico: deve diventare immediatamente anche sanitario.
Alla fine, troppo spesso, accade sempre la stessa cosa. Gli agenti sono costretti a usare la forza per bloccare una persona fuori controllo e, se il risultato è tragico, finiscono inevitabilmente sotto indagine. È un passaggio necessario in uno Stato di diritto, ma è altrettanto necessario chiedersi se il sistema abbia fornito loro tutti gli strumenti possibili per affrontare situazioni tanto complesse.
Servono protocolli condivisi, addestramento congiunto tra forze dell’ordine e 118, squadre specializzate nella gestione delle crisi psichiatriche e un coordinamento reale tra sicurezza e sanità. Solo così si protegge la vita di chi è in crisi e si tutela anche chi è chiamato a intervenire.
Ogni tragedia che non diventa occasione per migliorare il sistema rischia di trasformarsi nella premessa della tragedia successiva.
Quando una casa prende fuoco, non basta che arrivino i pompieri: serve anche l’ambulanza. Se ciascuno aspetta che sia l’altro a fare il primo passo, le fiamme continuano a bruciare e, alla fine, a perdere è sempre una vita umana.









