Una democrazia perde credibilità quando il luogo in cui vivi può determinare le possibilità di essere soccorso in tempo
di Antonella Moschella
Ci sono tragedie che non riguardano soltanto una famiglia. Diventano lo specchio di un sistema che mostra tutte le sue fragilità. La storia di Andrea, una ragazza di appena 23 anni che oggi lotta tra la vita e la morte, impone una riflessione che va oltre il singolo incidente.
La magistratura accerterà le responsabilità del sinistro. Ma un’altra domanda riguarda tutti noi: il sistema dell’emergenza è stato nelle condizioni di garantire il soccorso più rapido possibile?
Quando una persona è gravemente ferita, il tempo non è un dettaglio. È una terapia. Ogni minuto può significare una maggiore possibilità di sopravvivenza o di limitare danni irreversibili. Per questo motivo, se i tempi di intervento risultano incompatibili con le esigenze di un’emergenza, è doveroso capire cosa non abbia funzionato.
I protocolli sono indispensabili. Servono a organizzare il lavoro, a distribuire le risorse e a garantire sicurezza, ma i protocolli, da soli, non salvano nessuno. A salvare una vita è un sistema che funziona, che dispone di mezzi sufficienti, personale adeguato e ambulanze dove servono davvero.
Che senso ha sapere che un’ambulanza esiste se, nel momento del bisogno, è troppo lontana, impegnata o altro? Per chi aspetta sull’asfalto, per una madre che vede la propria figlia lottare tra la vita e la morte, pochi chilometri possono diventare un’eternità.
Il diritto alla salute, sancito dall’articolo 32 della Costituzione, dovrebbe essere uguale per tutti eppure troppo spesso sembra esistere un’Italia divisa in due. Da una parte chi può permettersi visite private, cliniche, assicurazioni sanitarie e percorsi privilegiati. Dall’altra chi è costretto ad affidarsi a un servizio pubblico che, soprattutto in alcune realtà, soffre la carenza di personale, mezzi e organizzazione.
La salute non può diventare un privilegio riservato a chi ha maggiori disponibilità economiche. Una società giusta non si misura dalla qualità delle cure offerte a chi può pagarle, ma dalla capacità di garantire soccorso e assistenza anche all’ultimo dei cittadini.
Non è una battaglia contro medici, infermieri o operatori del 118, che ogni giorno lavorano con professionalità e spirito di sacrificio in condizioni spesso difficili. È una richiesta di responsabilità rivolta a chi ha il dovere di programmare, finanziare e organizzare il sistema sanitario.
Perché una democrazia perde credibilità quando il luogo in cui vivi può determinare le possibilità di essere soccorso in tempo.
Oggi tutti speriamo che Andrea possa vincere la battaglia più difficile della sua giovane vita. Ma se da questa tragedia non nascerà il coraggio di interrogarsi sull’efficienza del sistema dell’emergenza, allora il dolore rischierà di trasformarsi nell’ennesima occasione perduta.
La salute non può aspettare. Le emergenze non aspettano. E nemmeno la vita.










