La storia di Giovanna Sammito e il grido silenzioso di chi continua a vivere, ma dice di essere morto dentro
di Antonella Moschella
C’è un momento nella vita di chi sceglie una divisa in cui tutto sembra possibile. Si studia, si affrontano sacrifici, concorsi, rinunce. Lo si fa perché si crede nello Stato, nella legalità, nel servizio ai cittadini. Il sogno non è indossare un’uniforme per avere potere, ma poter lavorare serenamente, con dignità, rispetto e senso del dovere.
Era anche il sogno di Giovanna Sammito, assistente capo coordinatore della Polizia Penitenziaria in servizio presso la Casa Circondariale di Ragusa.
Secondo quanto da lei denunciato nel corso degli anni, quel sogno si sarebbe infranto dopo un messaggio ricevuto da un collega ispettore contenente un apprezzamento sul suo aspetto fisico. Al suo rifiuto, sostiene, sarebbe iniziato un lungo periodo di persecuzioni lavorative che avrebbe profondamente cambiato la sua vita.
Nella sua ricostruzione, quel “no” avrebbe avuto un prezzo altissimo.
Giovanna racconta di turni assegnati in violazione dei regolamenti, umiliazioni, contestazioni disciplinari, valutazioni professionali penalizzanti, difficoltà persino nell’esercizio dei diritti più elementari durante il servizio e, soprattutto, di un crescente isolamento.
Ma il dolore più grande, afferma, non sarebbe stato quello provocato da un singolo collega. Sarebbe stato il silenzio dell’istituzione.
Negli anni si è rivolta ai sindacati, ai superiori gerarchici, agli organismi per le pari opportunità, alla consigliera di fiducia, al Provveditorato e alla Direzione Generale del Personale, chiedendo che le sue segnalazioni fossero ascoltate e verificate. Secondo la sua versione, però, quelle richieste non avrebbero trovato una risposta concreta.
Anche il pronunciamento favorevole del TAR, che ha riconosciuto l’illegittimità di una valutazione annuale nei suoi confronti, non avrebbe cancellato il senso di amarezza e di sfiducia maturato nel tempo.
La sua storia, però, non è soltanto una vicenda personale.
Negli ultimi anni sono sempre di più le testimonianze pubblicate dall’Osservatorio Suicidi in Divisa( OSD): racconti di uomini e donne appartenenti alle Forze dell’Ordine e alle Forze Armate che descrivono situazioni di disagio, isolamento, presunte vessazioni, demansionamenti, note caratteristiche negative, mobbing e profonde sofferenze psicologiche.
Accanto a queste testimonianze c’è una realtà che non può lasciare indifferenti: quella dei tanti suicidi che hanno colpito giovani allievi, agenti, carabinieri, finanzieri, poliziotti penitenziari e militari di ogni età. Ogni volta ci si interroga sulle cause, ogni volta si cercano spiegazioni, ma troppo spesso le domande restano senza risposta.
Giovanna guarda quelle storie e vi si riconosce.
«Io sono una sopravvissuta», dice.
Una sopravvissuta che continua a vivere, ma che racconta di sentirsi morta dentro perché si può continuare a respirare e, allo stesso tempo, perdere lentamente la serenità, la fiducia e la speranza.
È forse questa la forma più silenziosa del dolore.
La vicenda di Giovanna pone una domanda che riguarda tutte le istituzioni: cosa accade quando chi denuncia ritiene di non essere ascoltato? Chi tutela coloro che hanno scelto di servire lo Stato quando sono loro ad aver bisogno di protezione?
Dietro ogni uniforme c’è una persona.
C’è una madre, un padre, una figlia, un marito. C’è qualcuno che aveva un sogno semplice: indossare una divisa e fare il proprio lavoro con serenità.
Se quel sogno si trasforma in paura, isolamento o disperazione, non perde soltanto chi lo vive. Perde anche lo Stato.
Perché uno Stato è davvero forte non quando pretende fedeltà dai suoi servitori, ma quando ha il coraggio di ascoltarli, proteggerli e fare piena luce ogni volta che qualcuno denuncia di aver subito un’ingiustizia. Solo così la divisa potrà continuare a rappresentare ciò che dovrebbe essere: un simbolo di onore, giustizia e dignità, mai di solitudine.
La domanda che resta da sempre sospesa è una sola: chi controlla i controllori?
Quando chi denuncia teme che possano esistere complicità, corporativismi o omissioni, il rischio è che la ricerca della verità venga compromessa e che la fiducia nelle istituzioni si incrini. Proprio per questo non bastano controlli interni. Servono strumenti realmente indipendenti.
Occorrono psicologi esterni alla catena gerarchica, ai quali il personale possa rivolgersi senza il timore di ripercussioni. Serve un organismo autonomo e altamente specializzato, con competenze investigative e psicologiche, incaricato di raccogliere e verificare le segnalazioni di abuso di potere, mobbing, molestie e comportamenti vessatori all’interno delle amministrazioni.
L’autorità è indispensabile l’abuso di autorità, invece, è un tradimento della divisa.
L’istigazione al suicidio è un reato previsto dal nostro ordinamento e, quando emergono elementi concreti che facciano ipotizzare pressioni, vessazioni o condotte gravemente lesive, è doveroso che ogni caso venga accertato con indagini rigorose, indipendenti e senza alcun condizionamento. Solo facendo piena luce sui fatti si possono individuare eventuali responsabilità o escluderle.
Perché ogni suicidio in divisa non è soltanto una tragedia personale: è una domanda rimasta senza risposta. E uno Stato davvero forte non teme la verità. La cerca, la protegge e la difende, anche quando riguarda sé stesso.
Un albero non cade il giorno in cui si spezza il tronco. Cade perché, per troppo tempo, qualcuno ha lasciato marcire le sue radici. Così è anche per le persone: non sono le grandi tempeste a distruggerle, ma i piccoli silenzi, le continue umiliazioni e l’indifferenza. Se vogliamo uno Stato forte, dobbiamo imparare a proteggere le persone che lo servono, prima che il loro sogno si trasformi in un lento morire dentro.











