Il perdono non cancella il passato, ma libera il futuro. Chi perdona non dimentica ciò che è accaduto; sceglie, però, di non lasciare che il male abbia l’ultima parola
di Antonella Moschella
Ci sono eventi che segnano la storia della Chiesa e altri che, invece, hanno la forza di segnare la storia di ogni singolo uomo. L’Anno Giubilare Francescano, proclamato da Papa Leone XIV e celebrato dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, appartiene a questa seconda categoria. Non è soltanto una ricorrenza dedicata a san Francesco d’Assisi, ma un invito universale a fermarsi, a guardarsi dentro e a riscoprire il volto misericordioso di Dio.
Viviamo in un’epoca in cui è diventato facile giudicare e sempre più difficile perdonare. Conserviamo rancori per anni, interrompiamo rapporti per orgoglio, pronunciamo parole che feriscono e spesso dimentichiamo che ogni gesto lascia un segno nel cuore di qualcuno. In questo contesto, il messaggio di san Francesco appare sorprendentemente attuale: non c’è pace senza perdono e non c’è perdono senza umiltà.
La storia del Perdono di Assisi nasce da una notte che ha cambiato non solo la vita di Francesco, ma quella di milioni di credenti. Era il 1216 quando il Santo, raccolto in preghiera nella piccola chiesa di Santa Maria della Porziuncola, era inginocchiato davanti all’altare. Il silenzio fu improvvisamente attraversato da una luce intensa che riempì l’intera chiesa. Davanti ai suoi occhi apparvero Gesù Cristo, circondato dagli angeli, e accanto a Lui la Vergine Maria. Francesco non si sentì degno di quella visione e rimase con il volto rivolto a terra, in adorazione.
Fu allora che il Signore gli rivolse una domanda destinata a rimanere nella storia: «Che cosa desideri per la salvezza delle anime?».
La risposta di Francesco rivela tutta la grandezza della sua anima. Non chiese privilegi, ricchezze o onori personali. Si definì, con umiltà, «misero e peccatore» e domandò che tutti coloro i quali, pentiti e confessati, si fossero recati a pregare in quella chiesa ottenessero un perdono pieno e una completa remissione delle colpe. Era il desiderio di un uomo che aveva sperimentato la misericordia di Dio e che non voleva tenerla per sé, ma donarla al mondo intero.
Gesù accolse quella richiesta, invitandolo però a rivolgersi al suo Vicario sulla terra affinché fosse concessa ufficialmente questa grazia. Papa Onorio III accolse la domanda di Francesco e nacque così il Perdono di Assisi. Si racconta che il Santo, con gli occhi colmi di lacrime, pronunciò una frase che racchiude tutto il suo amore per l’umanità: «Fratelli miei, voglio mandarvi tutti in Paradiso.»
In queste poche parole c’è l’essenza del francescanesimo. Francesco non voleva essere ricordato come un uomo straordinario; desiderava soltanto che nessuno si sentisse escluso dall’abbraccio di Dio. È un messaggio che oggi risuona ancora più forte in una società che tende a condannare per sempre gli errori delle persone, mentre Dio continua a offrire nuove possibilità a chiunque abbia il coraggio di pentirsi sinceramente.
L’Anno Giubilare Francescano richiama proprio questa straordinaria misericordia. La Chiesa concede ai fedeli la possibilità di ottenere l’indulgenza plenaria, cioè la remissione della pena temporale dovuta ai peccati già perdonati nella Confessione. È un concetto che spesso viene frainteso. Il peccato, infatti, non rompe soltanto il rapporto con Dio, ma lascia conseguenze, ferite, cicatrici. Il perdono cancella la colpa, ma rimane il bisogno di riparare il male compiuto.
Se una persona inquina un terreno con sostanze tossiche e poi si pente sinceramente, Dio perdona il suo peccato. Tuttavia il terreno continua a essere contaminato e qualcuno dovrà bonificarlo. Così accade anche nella nostra vita. Una parola offensiva può essere perdonata, ma il dolore provocato rimane nel cuore di chi l’ha ricevuta. Una calunnia continua a fare male anche dopo che ci si è pentiti. Un tradimento lascia ferite profonde. Per questo il cristiano è chiamato non solo a chiedere perdono, ma anche a riparare il male compiuto attraverso la preghiera, la carità, la penitenza, l’accettazione delle sofferenze e un concreto cambiamento di vita.
Per ottenere questa grazia la Chiesa invita i fedeli ad avere innanzitutto un cuore realmente distaccato da ogni peccato, anche veniale. È poi necessario accostarsi alla Confessione, partecipare alla Santa Messa ricevendo la Comunione, pregare secondo le intenzioni del Papa e visitare una chiesa francescana oppure una chiesa parrocchiale, professando la propria fede con la recita del Credo e del Padre Nostro. Non sono semplici gesti da compiere meccanicamente, ma tappe di un autentico cammino di conversione.
Il Perdono di Assisi può essere ottenuto nella Porziuncola ogni giorno dell’anno. L’indulgenza può essere applicata a sé stessi oppure a un defunto, come segno di amore e di speranza per coloro che attendono la piena comunione con Dio.
Questo Anno Giubilare ci pone davanti a una domanda che non possiamo evitare: quante persone aspettano ancora il nostro perdono? E a quante persone dovremmo avere il coraggio di dire semplicemente: «Perdonami»?
Forse non abbiamo commesso grandi delitti, ma quante volte abbiamo ferito con una parola pronunciata nella rabbia, con un giudizio affrettato, con un silenzio che ha fatto soffrire più di mille accuse. Quante volte abbiamo preferito avere ragione invece di salvare un rapporto. Quante volte abbiamo chiesto a Dio di perdonarci senza trovare la forza di perdonare chi ci aveva fatto del male.
L’Anno Giubilare Francescano è un invito a rompere questa catena. Non basta attraversare la soglia di una chiesa se il nostro cuore continua a rimanere chiuso. Il vero pellegrinaggio è quello che conduce dall’orgoglio all’umiltà, dalla vendetta alla misericordia, dall’egoismo alla carità.
San Francesco comprese che il mondo non cambia con la forza, ma con l’amore. E forse oggi, più che mai, abbiamo bisogno di uomini e donne che sappiano chiedere perdono senza vergogna, perdonare senza calcoli e ricominciare senza paura.
Il perdono non cancella il passato, ma libera il futuro. Chi perdona non dimentica ciò che è accaduto; sceglie, però, di non lasciare che il male abbia l’ultima parola.
Il perdono di Dio è una porta sempre aperta, ma nessuno può attraversarla senza il coraggio del pentimento. Per questo il Giubileo non è un invito a dimenticare il male, bensì a convertirsi. Chi ha sbagliato può rinascere se cambia davvero vita; chi invece persevera nel male e rifiuta la misericordia non sfugge alla giustizia. La storia degli uomini può interrompersi con una sentenza, ma quella dell’anima si conclude davanti a Dio, dove non contano il potere, le ricchezze o le apparenze: conta soltanto la verità del cuore.









