In una società nella quale siamo abituati a misurare tutto attraverso ciò che possediamo, l’Assunzione ci ricorda che arriverà un momento nel quale resterà ciò che siamo stati e soprattutto quanto siamo stati capaci di amare
di Antonella Moschella
Per molti Ferragosto significa mare, vacanze, tavolate, grigliate, musica e giornate trascorse con amici e parenti. Ed è bello stare insieme, ritrovarsi, concedersi una pausa dopo mesi di lavoro. Ma il 15 agosto non è soltanto una mangiata in compagnia. Dietro questa giornata c’è una storia antica e, soprattutto per i cristiani, un significato molto più profondo: la festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria.
La stessa parola Ferragosto ha origini lontane. Deriva dalle Feriae Augusti, il “riposo di Augusto”, istituite dall’imperatore Augusto nel 18 a.C. Erano giorni destinati al riposo dopo le grandi fatiche dei lavori agricoli. Con il cristianesimo, però, il 15 agosto ha assunto un significato completamente diverso e ben più grande: è diventato il giorno nel quale la Chiesa celebra Maria Assunta in Cielo.
Nel 1950 papa Pio XII proclamò solennemente il dogma dell’Assunzione: Maria, terminato il corso della sua vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo.
Ma cosa significa tutto questo per noi, oggi?
Significa innanzitutto speranza.
Nel testo liturgico di questa giornata troviamo parole che sembrano scritte proprio per l’uomo contemporaneo, così spesso spaventato dalla malattia, dalla sofferenza, dalla perdita delle persone amate e soprattutto dalla morte: «Maria ci dice che il cielo è la nostra patria».
È forse questo il cuore più bello del Ferragosto cristiano.
L’Assunzione ci ricorda che la vita dell’uomo non termina davanti a una tomba. Maria rappresenta l’anticipazione di quella promessa che riguarda ciascuno di noi: la risurrezione. Cristo è risorto e, nella fede cristiana, la morte non possiede più l’ultima parola.
Per questo il testo della liturgia dice qualcosa di ancora più forte: la nostra vita non ci è stata donata per la morte, ma per il Risorto.
Quante volte, invece, viviamo come se tutto dovesse finire qui?
Corriamo per accumulare, lavoriamo per possedere, litighiamo per cose che un giorno lasceremo, conserviamo rancori per anni, perdiamo persone per orgoglio, rimandiamo un abbraccio, una telefonata, un perdono. Ci affanniamo per ciò che passa dimenticando ciò che resta.
E allora il 15 agosto può diventare anche un giorno nel quale fermarsi e domandarsi: che cosa sto facendo della vita che mi è stata donata?
Maria insegna qualcosa di straordinario proprio attraverso una parola semplicissima: «sì».
Il suo sì non fu pronunciato sapendo già tutto ciò che sarebbe accaduto. Fu un affidarsi. Conobbe la gioia, ma anche il dolore più grande: vedere il proprio Figlio sulla croce. Eppure rimase.
Il suo sì attraversò l’incertezza, la sofferenza e perfino la morte.
Ed è proprio qui che Maria diventa profondamente vicina alla nostra storia perché anche noi siamo chiamati ogni giorno a pronunciare tanti piccoli sì: alla vita quando diventa difficile, alla speranza quando sembra più facile arrendersi, al perdono quando il rancore sembra più forte, all’amore quando richiede sacrificio, alla fede quando non comprendiamo ciò che ci accade.
Maria ci insegna che il dolore non è necessariamente l’ultima pagina della nostra storia.
Il cristianesimo non nega la morte e non cancella la sofferenza. Dice qualcosa di molto più impegnativo: afferma che esse non hanno l’ultima parola.
Per questo l’Assunta è definita dalla Chiesa «segno di consolazione e di sicura speranza».
Ed è forse proprio questa la parola di cui abbiamo maggiormente bisogno: speranza.
In una società nella quale siamo abituati a misurare tutto attraverso ciò che possediamo, l’Assunzione ci ricorda che arriverà un momento nel quale non conteranno la casa, il conto in banca, il ruolo sociale, i titoli, il successo o le cose accumulate. Resterà ciò che siamo stati e soprattutto quanto siamo stati capaci di amare.
Sulla croce Gesù liberamente ha pronunciato il “si” che doveva svuotare di potere la morte, quella morte che ancora dilaga quando le nostre mani crocifiggono e i nostri cuori sono prigionieri della paura, della diffidenza. Sulla croce la fiducia ha vinto, ha vinto l’amore che vede ciò che ancora non c’è, ha vinto il perdono.
Allora ben vengano il pranzo di Ferragosto, il mare, gli amici, le risate e la famiglia. Anche la gioia dello stare insieme è un dono. Ma prima della tavola apparecchiata ricordiamoci perché questo giorno, nella tradizione cristiana, è così importante.
Forse il modo più bello di celebrare Ferragosto sarebbe proprio quello di sederci accanto alle persone che amiamo con una consapevolezza diversa: nessuno ci appartiene per sempre su questa terra e proprio per questo ogni presenza va amata mentre c’è.
Non rimandiamo un «ti voglio bene».
Non conserviamo rancori inutili.
Non aspettiamo domani per chiedere perdono.
Non diamo per scontati i nostri genitori, i figli, gli amici, le persone che condividono un tratto della nostra strada.
Perché la vita passa molto più velocemente di quanto immaginiamo.
Maria Assunta ci indica il Cielo, ma proprio guardando il Cielo ci insegna a vivere meglio la terra.
La vita è come un viaggio in mare: spesso ci comportiamo come se la barca fosse la nostra casa definitiva. La riempiamo di cose, difendiamo il nostro piccolo spazio, discutiamo con chi viaggia accanto a noi e dimentichiamo che la barca è soltanto il mezzo. Maria, nel giorno dell’Assunzione, ci indica il porto.
Quel ‘si’ vive ancora e ancora contrasta la morte.











