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Vibo Valentia, convocato il Consiglio comunale: bilancio, emergenze costiere e mercato tra i temi chiave

Il silenzio di Ferragosto sulla vicenda del portavoce dimissionario: quando a parlare è l’assenza della politica

da Maurizio
18 Agosto 2026
in politica
Tempo di lettura: 8 minuti
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Due sole voci rompono il silenzio sulla vicenda del capo di gabinetto dimissionario. Né maggioranza né opposizione hanno finora ritenuto di dover affrontare il tema politico. Sarà colpa del Ferragosto?

C’è da augurarsi che sia colpa del Ferragosto.

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Delle vacanze.

Del solleone.

Delle gite fuori porta.

Dei telefonini lasciati finalmente spenti per qualche ora.

Perché, altrimenti, diventa davvero difficile spiegare il silenzio che sta avvolgendo uno dei casi politici più delicati che abbiano interessato un’amministrazione comunale a Vibo Valentia.

Non stiamo parlando dell’indagine giudiziaria che riguarda Gianpiero Menniti e che lo stesso ex capo di gabinetto ha reso pubblica, dichiarandosi totalmente estraneo ai fatti contestati e confidando nel lavoro della magistratura.

Su questo ViViPress è stata chiarissima e non ha alcuna intenzione di cambiare posizione: Menniti è innocente fino a prova contraria e fino a quando un tribunale, attraverso il percorso previsto dalla legge, non dovesse eventualmente stabilire il contrario.

Non esiste un altro modo serio di raccontare una vicenda giudiziaria. Non esiste il tribunale dei social. Non esiste il quarto grado di giudizio celebrato sulle pagine Facebook. Non esiste la condanna preventiva.

Esistono gli inquirenti, la magistratura, gli atti, il processo e i gradi di giudizio. E tanto dovrebbe bastare.

Ma c’è un’altra storia.

Ed è quella politica.

Menniti si è dimesso. Per sua stessa ammissione, lo ha fatto per una vicenda strettamente personale destinata ad avere riflessi giudiziari e per ragioni di opportunità nei confronti del sindaco, delle istituzioni e della cittadinanza.

Benissimo.

Ma le dimissioni chiudono un rapporto fiduciario. Non cancellano la storia politica di quella nomina. E soprattutto non cancellano la responsabilità di chi quella nomina l’ha voluta.

Il sindaco non aveva trovato Menniti casualmente dietro una porta di Palazzo Luigi Razza.

Non era arrivato attraverso una procedura concorsuale. Non era stato il risultato di una scelta burocratica neutra.

Era stata una precisa scelta fiduciaria del sindaco, fortemente voluta e difesa anche quando quella decisione aveva prodotto malumori dentro e fuori la maggioranza.

Una scelta sulla quale Romeo aveva investito la propria autorevolezza politica, arrivando a scontrarsi con una parte delle forze che lo sostenevano e persino con il proprio partito di riferimento, il Partito democratico.

Questa è la questione politica. Ed è una questione che non nasce oggi. Perché, è bene ricordarlo: quella nomina è stata contestata fin dall’inizio.

Non oggi perché è intervenuta un’indagine. Non perché Menniti si è dimesso. Non per cavalcare una vicenda personale.

La contestazione era per le modalità con le quali era stata costruita e per il significato politico di una scelta fiduciaria che il sindaco aveva voluto imporre nonostante le perplessità.

E proprio per questo oggi sarebbe incoerente fare finta che nulla sia accaduto.

La vicenda giudiziaria farà il proprio corso. La responsabilità politica, invece, esiste già.

È quella di chi sceglie. È quella di chi insiste. È quella di chi difende. È quella di chi mette la propria autorevolezza a garanzia di una persona chiamata a ricoprire un ruolo apicale all’interno dell’amministrazione.

È questa la domanda che, più della vicenda personale, oggi dovrebbe interessare la politica vibonese.

Dove sono i partiti? Dove sono i gruppi consiliari? Dove sono gli esponenti della maggioranza? Dove sono soprattutto quelli dell’opposizione?

Perché un capo di gabinetto del sindaco si dimette in circostanze così delicate e la politica cittadina sembra improvvisamente ammutolita?

Non chiediamo processi. Non chiediamo dimissioni. Non chiediamo sentenze.

Chiediamo una cosa molto più semplice: una valutazione politica.

Quella che, in una democrazia, dovrebbe essere naturale.

Invece, per ora, niente.

Silenzio dalla maggioranza. Silenzio dall’opposizione. Silenzio dai partiti. Silenzio dai gruppi consiliari.

Come se fosse accaduto qualcosa che riguarda soltanto un privato cittadino e non una figura che, fino a pochi giorni fa, occupava uno degli incarichi più strettamente legati al sindaco della città.

A parlare sono state, finora, soltanto due persone. Ed è forse questo l’aspetto più curioso della vicenda.

Maria Limardo e Giovanni Russo.

Entrambi provenienti dal centrodestra. Entrambi legati alla precedente esperienza amministrativa. Ma con sensibilità politiche differenti: più marcata e critica quella di Maria Limardo, più moderata e centrista quella di Giovanni Russo.

Eppure, su un punto, le loro dichiarazioni convergono.

Il garantismo non può diventare un alibi per cancellare la responsabilità politica.

Maria Limardo, da ex sindaco, richiama innanzitutto lo Stato di diritto e la presunzione d’innocenza. Poi, però, sposta il ragionamento sul piano istituzionale.

Secondo l’ex prima cittadina, le dimissioni risolvono «un rapporto formale», ma non «azzerano il problema politico».

E punta direttamente sulla genesi della nomina: una scelta fiduciaria precisa del sindaco, arrivata non attraverso una procedura ordinaria ma attraverso una volontà che Romeo avrebbe perseguito nonostante le perplessità e le lacerazioni politiche.

Il ragionamento di Maria Limardo è netto: chi guida una città risponde dell’opportunità delle proprie decisioni e del profilo delle persone che colloca ai vertici dell’amministrazione.

Ancora più esplicito Giovanni Russo.

L’ex assessore della giunta Limardo sostiene che le dimissioni del capo di gabinetto non possano essere derubricate a una semplice vicenda amministrativa.

E individua nel silenzio della maggioranza non una prudenza doverosa, ma una «sospensione della responsabilità politica».

È una definizione pesante. Ma è anche quella che, in questo momento, fotografa meglio il problema.

Perché prudenza e silenzio non sono necessariamente la stessa cosa.

La prudenza è evitare di giudicare una persona prima che la magistratura abbia fatto il proprio lavoro. Il silenzio politico, invece, è evitare di discutere delle scelte politiche.

Sono due cose completamente diverse.

Ed è qui che torniamo al punto di partenza

Menniti non è colpevole perché esiste un’indagine. Questo deve essere chiaro.

Non sappiamo quale sarà l’esito dell’inchiesta. Non conosciamo ciò che emergerà dagli accertamenti. Non abbiamo alcun interesse a trasformare un procedimento giudiziario in uno spettacolo.

Menniti ha diritto alla propria difesa, alla presunzione d’innocenza e alla piena fiducia nella magistratura. Ma contemporaneamente il sindaco è politicamente responsabile della scelta di averlo voluto al proprio fianco.

E questo non è un giudizio penale. È una valutazione politica.

Sono due piani che devono rimanere separati proprio per rispettare entrambi.

Poi c’è un altro elemento che la politica non può fingere di non vedere.

L’immagine delle istituzioni.

Nessuno sostiene che un’indagine equivalga a una colpevolezza. Ma sarebbe altrettanto ingenuo sostenere che le dimissioni di una figura apicale legata direttamente al sindaco, accompagnate dalla rivelazione pubblica dell’esistenza di un procedimento giudiziario, non producano alcuna conseguenza sull’immagine dell’amministrazione.

La producono.

E il compito della politica è governare anche queste conseguenze.

Con trasparenza. Con responsabilità. Con parole chiare.

Non con le sagre, gli eventi e la consueta agenda estiva come se nulla fosse.

E allora forse non è più soltanto il Ferragosto. Forse non sono soltanto le vacanze. Forse non sono soltanto le città semivuote.

Perché il silenzio continua.

E quando un’intera classe politica tace davanti a una vicenda che coinvolge direttamente il cuore dell’amministrazione, quel silenzio finisce inevitabilmente per assumere un significato politico.

Le due sole voci arrivate finora sono quelle di Maria Limardo e di Giovanni Russo.

Due esponenti del centrodestra. Due persone che, per ragioni diverse, non possono essere certamente accusate di parlare da una posizione estranea alla politica vibonese.

Eppure sono loro, oggi, a ricordare a tutti che esiste una differenza tra giudicare un’indagine e discutere una scelta politica.

La prima cosa non spetta a noi. La seconda sì.

Spetta alla politica. Spetta alla maggioranza. Spetta all’opposizione. Spetta soprattutto a chi ha avuto responsabilità nelle decisioni.

C’è da augurarsi, allora, che davvero sia stato il Ferragosto.

Che siano state le ferie. Il caldo. Le vacanze. Le gite fuori porta.

Perché altrimenti, terminato il sole di agosto, resterà una domanda alla quale sarà difficile sottrarsi: perché davanti a una vicenda che riguarda così direttamente il sindaco, una sua scelta personale e una figura apicale della sua amministrazione, la politica vibonese ha scelto di non parlare?

Menniti dovrà affrontare il proprio percorso nelle sedi competenti. E lì, soltanto lì, dovrà essere stabilita la verità sui fatti.

Nel frattempo, però, la politica non può andare in vacanza.

Perché il garantismo assolve dal processo sommario. Non assolve dalle responsabilità politiche.

E quelle, a Palazzo Luigi Razza, sono ancora tutte sul tavolo.

Tags: assenzadimissioniferragostoindaginimaggioranzaopposizionepoliticaportavocesilenziosindacoVibo Valentia

Maurizio

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