La denuncia non è protezione. La denuncia è una richiesta di protezione. Ed è questa distinzione che continuiamo drammaticamente a dimenticare
di Antonella Moschella
Tania Terrin aveva 39 anni. È stata trovata morta sul divano della sua casa a Camponogara, in provincia di Venezia. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, a ucciderla sarebbe stato l’ex compagno, che successivamente si è tolto la vita. Ma dietro questa morte non c’è soltanto la cronaca dell’ennesimo femminicidio. C’è una domanda a cui nessuno risponde: come mai quando una donna denuncia, segnala il pericolo, chiede aiuto più volte e, nonostante tutto, muore?
La famiglia racconta che l’aggressione di aprile sarebbe stata la terza. Le prime due sarebbero avvenute nell’abitazione dell’uomo e, in una circostanza, Tania avrebbe riportato la lesione di un timpano e dei graffi. Dopo l’episodio di aprile era stato aperto un procedimento per maltrattamenti e lesioni e alcune ricostruzioni riferiscono anche di un tentativo di strangolamento. A giugno era arrivato l’ammonimento del questore.
La madre ha pronunciato parole che dovrebbero scuotere le istituzioni molto più di qualsiasi convegno sulla violenza di genere: «Sette o otto volte siamo state dai carabinieri».
Quante volte deve presentarsi una donna davanti alle istituzioni prima che il suo pericolo venga considerato sufficientemente grave? Quante aggressioni devono verificarsi? Quanto deve essere evidente l’escalation prima che la prevenzione smetta di essere una procedura sulla carta e diventi protezione concreta?
Il problema non è affermare semplicisticamente che il Codice Rosso non serva. Il problema è riconoscere che il Codice Rosso fallisce nella sua finalità quando la rapidità prevista dalla legge non si traduce in una valutazione efficace del rischio e in misure realmente capaci di proteggere la vittima. Una legge può accelerare una procedura, ma non può salvare da sola una donna. Servono persone preparate, valutazioni specialistiche, controlli, comunicazione tra gli uffici e soprattutto la capacità di comprendere quando ci si trova davanti a un soggetto potenzialmente estremamente pericoloso.
Un ammonimento del questore può avere una funzione preventiva, ma non può diventare una sorta di formula magica. Se una persona ha già manifestato comportamenti violenti, persecutori o un’escalation preoccupante, bisogna chiedersi se un semplice provvedimento amministrativo sia proporzionato al rischio concreto. Naturalmente le misure restrittive della libertà personale spettano all’autorità giudiziaria e richiedono i presupposti stabiliti dalla legge. Proprio per questo il sistema deve essere capace di raccogliere rapidamente tutti gli elementi necessari affinché chi deve decidere possa farlo conoscendo l’intero quadro.
La denuncia non è protezione. La denuncia è una richiesta di protezione. Ed è questa distinzione che continuiamo drammaticamente a dimenticare.
Diciamo alle donne di denunciare, organizziamo campagne, ripetiamo che il silenzio deve essere spezzato ed è giusto, ma dopo aver trovato il coraggio di entrare in una caserma e raccontare ciò che stanno vivendo, cosa siamo in grado di garantire loro? Non possiamo scaricare sulla vittima l’intero peso della propria sopravvivenza.
Esiste poi un paradosso che dovrebbe almeno farci riflettere. Quando lo Stato riconosce che un testimone di giustizia, un collaboratore o un’altra persona è esposta a un rischio concreto ed eccezionale, esistono programmi e strumenti specifici di protezione.Si valutano minacce, spostamenti, sicurezza e livelli di rischio. Non significa che esista una garanzia assoluta contro ogni pericolo, ma significa che il concetto è chiarissimo: quando una vita è seriamente minacciata, non ci si limita a registrare il pericolo, si costruisce intorno alla persona un sistema di tutela.
Perché questo principio non dovrebbe ispirare, con strumenti naturalmente adeguati e proporzionati, anche la gestione delle donne valutate ad altissimo rischio?
La madre di Tania, devastata dal dolore, è arrivata a dire che alle donne che denunciano bisognerebbe consigliare di fare la valigia, lasciare casa e lavoro e sparire. È una frase terribile perché descrive la sfiducia raggiunta nei confronti della capacità dello Stato di proteggere. Ma sarebbe una sconfitta enorme se la soluzione diventasse davvero questa: la vittima costretta a scomparire mentre chi rappresenta il pericolo rimane libero di cercarla.
Occorre invece creare nuclei altamente specializzati nella valutazione e nella gestione delle denunce ad alto rischio, nei quali investigatori formati lavorino insieme a magistrati e professionisti esperti di violenza, stalking e valutazione criminologica. Bisogna distinguere immediatamente il conflitto dalla persecuzione, la minaccia generica dall’escalation, la lite dalla condotta che presenta indicatori concreti di rischio. Perché dietro una denuncia possono esserci parole, ma dietro quelle parole può esserci già una traiettoria di violenza.
Il caso di Tania Terrin dovrà essere ricostruito in ogni passaggio prima di attribuire responsabilità individuali. Ma proprio per rispetto della sua morte è legittimo chiedere alle istituzioni di verificare che cosa sia accaduto tra la prima richiesta di aiuto e il momento in cui quella donna è stata trovata senza vita sul divano di casa.
Non possiamo continuare a contare le vittime e poi ripetere che nessuno avrebbe potuto prevedere ciò che sarebbe accaduto senza almeno interrogarci sui segnali che c’erano stati prima.
Il Codice Rosso non deve essere un fascicolo con sopra un colore diverso. Deve significare che qualcuno ha compreso che dietro quella porta potrebbe esserci una persona in pericolo. Se una donna denuncia sette o otto volte e alla fine viene uccisa, il sistema ha il dovere di interrogarsi sul proprio fallimento.
La denuncia è come un allarme antincendio: non serve a nulla se suona sette volte e tutti si limitano a registrare il rumore. Alla fine l’edificio brucia, e non possiamo stupirci davanti alle macerie.
Allora chi di dovere si faccia un serio esame di coscienza e abbia il coraggio di ammettere il fallimento di un sistema di protezione che, troppe volte, non riesce a proteggere. Continuare a ripetere semplicemente «denunciate» non basta. Oggi, in troppi casi, la denuncia rischia di assomigliare a un salvagente bucato: lo consegnino a una donna in pericolo e continuiamo a dirle di buttarsi in mare perché sarà al sicuro, ma se quel salvagente non è in grado di tenerla a galla, non abbiamo protetto la vittima: le hanno soltanto dato l’illusione di esserlo, lasciandola sola proprio quando aveva trovato il coraggio di chiedere aiuto.











