Abbiamo ricevuto questa accorata, sofferta, ma anche vera, intensa lettera che un insegnante ha indirizzato al Presidente della Repubblica. Condividendola, volentieri la pubblichiamo
Egregio Signor Presidente,
con il massimo rispetto istituzionale e con un profondo senso di responsabilità morale, mi permetto di sottoporre alla Sua attenzione la mia testimonianza, mossa da una sofferenza professionale e umana che, dopo sette anni di servizio nella scuola pubblica, non può più essere taciuta. Scrivo non solo in qualità di docente, ma come educatore che ha dedicato la sua vita ai giovani, alla loro tutela, alla loro crescita. Scrivo come testimone diretto di ciò che accade ogni giorno nelle nostre aule, soprattutto in quelle realtà difficili dove la scuola rappresenta l’ultima e unica frontiera di salvezza.
Da anni opero in contesti complessi, dove il disagio sociale, economico e talvolta familiare pesa come una condanna preventiva sulle spalle dei ragazzi. In questi luoghi la scuola non è semplicemente un servizio: è una luce, una fiammella fragile ma indispensabile che rischiara l’oscurità in cui troppi giovani sono immersi. Ho sempre vissuto il mio ruolo come una missione: una missione che richiede sacrificio, presenza, passione. Una missione per la quale, senza retorica, sarei disposto a dare la vita, perché conosco il valore inestimabile che un adulto stabile e credibile può avere per un ragazzo che lotta ogni giorno contro condizioni più grandi di lui.
È proprio per questi ragazzi e per il futuro dell’Italia che oggi Le scrivo.
Negli ultimi anni, la continuità educativa è stata sistematicamente compromessa da un sistema che immette in ruolo o in supplenza docenti non sulla base del merito, dell’impegno comprovato o della qualità della formazione, ma attraverso meccanismi che spesso nulla hanno a che vedere con la professionalità educativa. Sono stato più volte costretto a lasciare classi in cui avevo avviato percorsi profondi e delicati, perché contratti “fino ad avente diritto” venivano bruscamente interrotti in favore di nomine provenienti da canali privilegiati o da graduatorie parallele.
La ferita più grave per la scuola, e per la sua funzione costituzionale, è la distorsione del principio di meritocrazia. Non posso non constatare che l’accesso all’insegnamento viene talvolta favorito non da un percorso formativo rigoroso, né da competenze pedagogiche, né da un’eccellenza dimostrata, ma da fattori estranei alla funzione docente. Non riguarda solo la priorità data a chi proviene dal Servizio Civile, attività di valore civico, ma priva di attinenza con le professionalità educative scolastiche, bensì un fenomeno più ampio e più preoccupante: l’esistenza di diplomifici e la proliferazione di percorsi universitari telematici che, in alcuni casi, non garantiscono la stessa serietà accademica, lo stesso rigore metodologico e la stessa profondità esperienziale delle università tradizionali.
Titoli ottenuti con sacrificio, studio, presenza e rigore (come la mia laurea magistrale al Foro Italico, conseguita con bacio accademico, seguita da un master, dall’abilitazione all’insegnamento con il massimo dei voti e da anni di esperienza concreta), vengono equiparati a percorsi di dubbia qualità, che talvolta richiedono un impegno incomparabilmente minore. Non è una questione personale: è una questione di giustizia, di etica pubblica, di tutela dell’istruzione nazionale.
Come posso insegnare ai miei studenti che il merito ha valore, se lo Stato non lo riconosce? Come posso chiedere loro di credere nella Repubblica, se la Repubblica stessa ammette scorciatoie che sviliscono chi ha scelto la strada della fatica e della serietà? Come posso dire a un ragazzo che la scuola “salva”, se la scuola stessa viene indebolita da criteri che la allontanano dalla sua missione costituzionale?
Ho sempre creduto profondamente nelle istituzioni. Ho sempre trasmesso ai miei studenti fiducia, rispetto, senso civico. Ma oggi mi trovo a dover chiedere un intervento urgente perché ciò che si sta sgretolando non è la mia carriera, ma la credibilità stessa della scuola pubblica, la fiducia dei ragazzi nelle istituzioni, il senso di equità che dovrebbe sorreggere la nostra democrazia.
Mi scuso sinceramente se queste parole, nella loro intensità, possono risultare dure. Non nascono da indignazione sterile, ma da un profondo amore verso la scuola e verso i ragazzi che ogni giorno mi affidano la parte più fragile della loro vita. La prego di accoglierle come un appello sincero, accorato, rispettoso: un invito a difendere la scuola nella sua funzione più alta, quella di far fiorire l’umanità dove più rischia di appassire.
Confido nella Sua sensibilità, nella Sua autorevolezza morale e nel ruolo super partes che la Costituzione Le riconosce come garante dell’equilibrio democratico e della tutela dei diritti fondamentali. La scuola è uno di questi diritti. La scuola è un presidio della Repubblica. La scuola è il primo luogo in cui si costruisce il futuro del Paese.
La prego, Presidente: protegga la dignità, la credibilità e la Speranza che solo la scuola riesce a garantire.
Jonadi, novembre 2025
Prof. Mirko Bartoluccio










