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Un ricordo personale di Alfredo Laudonio, magistrato vibonese morto ad Hammamet

Un ricordo personale di Alfredo Laudonio, magistrato vibonese morto ad Hammamet

da Maurizio
7 Gennaio 2025
in opinioni
Tempo di lettura: 3 minuti
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Carattere fiero, apparentemente burbero, con gli amici sapeva essere affettuoso, prodigo di slanci premurosi

di Maurizio Bonanno

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Non è sbagliato prendere a prestito “Il sistema”, il libro-denuncia di Luca Palamara incalzato dalle domande di Alessandro Sallusti.

Bisogna leggere questo libro e comprendere “Il Sistema”, per cercare di capire il perché di una fine carriera come quella del giudice Alfredo Laudonio.

Alfredo Laudonio è morto lontano dalla sua città, Vibo Valentia, città che ha amato al punto da sacrificare la sua carriera di brillante magistrato avendo scelto di non allontanarsene, fino a quando non è stato costretto. E io – che mi vanto di essere stato, anzi di essere ancora, suo amico – immagino la sofferenza interiore di questa scelta, fatta a suo tempo, di andarsene via della sua città e dall’Italia, per stare nell’esilio volontario di Hammamet, in Tunisia, dove oggi è morto.

“Il Sistema” svelato e raccontato da Luca Palamara, è utile anche per capire gli ultimi anni di vita di Alfredo Laudonio, che iniziò la sua carriera stabilendo un primato, quello di essere allora il più giovane pretore d’Italia.

E la vita e la carriera di Alfredo Laudonio è stata inizialmente la carriera di un “numero uno”, enfant prodige in magistratura, così come era stato nella vita privata di un giovane che sapeva essere leader e sapeva stare nel ruolo di “numero uno”: al liceo, nel Leo Club, l’associazione giovanile del Lions che contribuì a fondare a Vibo Valentia, essendone anche presidente.

Carattere fiero, burbero ma solo apparentemente (in realtà, era il suo modo di nascondere una sostanziale timidezza che il suo orgoglio impediva di ammettere), fedele ai suoi principi dettati da un profondo senso della morale.

Con gli amici sapeva essere affettuoso (e ne sono, per mia fortuna, testimone diretto), prodigo di slanci premurosi. Consapevole della delicatezza che imponeva la sua professione, da procuratore assunse uno stile di vita sobrio, quasi eremitico volendo porre una netta distinzione tra rapporti amichevoli e lavoro.

Emblematico il rapporto personale: amico, come dicevo, affettuoso e premuroso, con il giornalista invece, assumeva modi bruschi, al limite della sgarbato: il messaggio era chiaro, amici nella vita privata, ma nessun privilegio nel lavoro. Mai, mai ha concesso un’intervista, nemmeno, anzi soprattutto, all’amico giornalista, legato al vecchio principio (quello poi sovvertito dal mitico pool di “mani pulite”) che un magistrato deve operare e non parlare, agire e non rilasciare dichiarazioni; se non quelle canoniche e identiche per tutte le testate: un magistrato deve coltivare la propria libertà e non intrupparsi in gruppi, correnti, aggregazioni.

E proprio questo, che in realtà doveva rappresentare un pregio, è stato il suo limite e il motivo del suo declino dopo 33 anni di attività… professionale e personale.

Bisogna scoprire, attraverso la lettura de “Il Sistema” quel tratto antropologico allarmante, denunciato da Luca Palamara e cioè il grigiore umano di molti protagonisti di una professione così delicata, per cercare di capire come Alfredo Laudonio sia finito nel tritacarne che ne ha troncato anzitempo una carriera fino a quel momento brillante.

Privo di coperture, non intruppato nelle correnti alla moda, è rimasto vittima di regolamenti di conti tra bande rivali attuandosi nella sua persona quello che Palamara denuncia, ma che lui ha accettato in silenzio: “O sei nel “Sistema”, o sei abbandonato a te stesso, e nella migliore delle ipotesi, non fai carriera, altrimenti vieni triturato da questo mostro abominevole”.

Lasciandosi vincere dal suo orgoglio, convinto di essere vittima di un “Sistema”, aveva da tempo scelto l’esilio volontario ad Hammamet, ma il suo amore per la sua amata Vibo Valentia, lo costringeva a periodici, fugaci ritorni ed incontrarlo, in questo caso, era sempre un’emozione ancor più che un piacere: il piacere di rivedere un vecchio e stimato amico.

Non ha fatto in tempo a tornarci un’ultima volta e nel suo esilio volontario di Hammamet ha chiuso gli occhi, ma – sono sicuro! – avendo nel cuore l’immagine della città amata.

Tags: giustiziahammametmagistratopalamara

Maurizio

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