Gli dei giocano a ribaltare fortune, a trasformare ombre in luci, a infrangere certezze e creare nuovi futuri. Ai mortali non resta che seguire il filo a loro concesso
di Pierluigi Lo Gatto
La possente prua sembra volare sull’acqua dorata, mentre la scia spumosa si unisce in amplesso col nuovo tramonto.
Enea scruta inquieto l’orizzonte, pervaso per sempre da quelle fiamme che lo strapparono dall’amata terra. Lo sguardo è ancora intriso di giovane sangue, di urla di furore e di pietà, di spade che trapassano come ubbidienti serve del destino.
Il volere degli dei è ignoto, ma il principe troiano sa che il suo dovere è di assecondarlo, di accettare il fato che ha deciso il suo compito e che lo ha salvato da frecce e lame per chissà quale scopo. Sente che la sua insignificante esistenza, modellata da dita onnipotenti, potrà invece forgiare imprese più grandi di quelle della sua amata Ilo, e che nobili gesta e virtù guerriere sorgeranno un giorno dalle ceneri nere.
D’un tratto una sofferente vela quadrata, con cicatrici di mille tempeste, compare a poche centinaia di piedi. Il suo candido colore contrasta con il nero dell’occhio disegnato sul legno d’abete.
I remi fendono cocciuti il velo luccicante, spinti da lacrime di nostalgia e speranza.
Ulisse è immobile, il suo corpo fisso come l’albero maestro, mentre la sua mente barcolla come l’anziana chiglia.
Chissà se Itaca avrà gli stessi contorni di un tempo, se il suo giardino eguali profumi, se il caldo letto lo stesso amato abbraccio.
Chissà se il tempo che scorre ha inciso il suo ritorno, se quelle antiche rocce rivedranno quel segno che un furente cinghiale gli impresse sulla coscia, se il monte Nerito accoglierà ancora le sue orme di caccia.
A cosa servono ora le astuzie che convinsero Achille e distrussero inviolabili mura? A cosa serve una gloriosa vittoria, se i suoi fasti sono solo membra squarciate di compagni e irrazionale vagare?
Il tratto di mare che separa i destini appare piatto come quel maledetto campo di battaglia: i flutti s’incrociano come la vita e la morte, e il vento sussurra come rantolo di ferita mortale.
Ma non è più tempo di combattere, di ricercare fama o inutile vendetta.
Gli occhi s’incontrano, non più colmi di odio e di ira bestiale.
Troppo dolore, troppi pesi sovrumani la guerra ha imposto ai guerrieri d’un tempo.
Gli dei giocano a ribaltare fortune, a trasformare ombre in luci, a infrangere certezze e creare nuovi futuri.
Ai mortali non resta che seguire il filo a loro concesso, accogliendo gli oscuri eventi con la dignità di un re e il coraggio di un combattente.
Così vicini nella sofferenza e così lontani nella sorte, Ulisse ed Enea si scambiano un accennato sorriso: un sorriso di perdono, di condivisa umanità, di tenera fragilità.
La Patria d’un tempo e quella di domani li aspetta, e qualsiasi tappa del lungo viaggio sarà occasione per morire e rinascere come quelle incessanti onde.










