“È stato un mio errore – ha urlato dal balcone del palazzo – Clementine oggi non c’era: era il giorno del parrucchiere. Dunque, non ho colpa se per una volta mi è mancato il suggeritore”
di Marcello Bardi
“Fuori dal palazzo i sindacati”. Anzi, “solo uno va via. Gli altri possono restare”.
Ma Churchill è impazzito davvero? Ecco cosa succede a lasciarlo solo per una volta.
Suvvia, Clementine, servono calmanti efficaci. L’età si fa sentire. La vista è annebbiata e la testa ancor più.
Ma cosa è stato?
Si trattava, tanto per cambiare, dei serbatoi. Una materia nella quale il nostro si è ormai così specializzato sin da poter aprire e chiudere le porte persino al sindacato. Come dire, c’è una sigla che ha dignità, un’altra che ne ha un po’ meno ed una terza che non ne ha affatto.
Ieri la triplice, consapevole di trovarsi dinanzi a uno statista d’altri tempi, si era presentata al palazzo in grande spolvero e aveva preteso l’estromissione di una consorella meno aristocratica, meno snob, meno potente.
Come dire, loro ci hanno provato, forse non ci avrebbero nemmeno sperato e invece, gasatissimo, Churchill ha spavaldamente sentenziato: “Vada fuori dal palazzo il quarto sindacato”. Plebeo.
A differenza che in passato, neanche Clementine è stata interpellata. Pare che anche il Rosario sia stato ignorato. E forse neppure il Camerlengo, per uno dei suoi saggi consigli, si è visto chiamato. Ha agito da sé, Churchill, stavolta, vestito quasi da Benito. “Italianiiiiii!”
Estromesso il sindacato, però, il mondo intero si è ribellato. Il palazzo ha iniziato a traballare. Su tutti, è stato Stefanuccio a prendere in mano la situazione. Perché Churchill se l’era presa niente meno che col “Franco”. E da Gerocarne, da Limpidi, da Dinami, da Acquaro, marciava verso il Parlamento non un esercito, ma un plotone.
Astolfo, però, quando era ormai l’imbrunire, riportava indietro il senno dalla luna. E Churchill, che di solito è bravissimo a cambiare opinione, ad inventare e reinventare, a cucire, scucire e ricucire fandonie pur di farsi ragione, vedendo questa volta prossima la sua fine, il capo, supino, ha dovuto chinare.
“È stato un mio errore – ha urlato dal balcone del palazzo – Clementine oggi non c’era: era il giorno del parrucchiere. Dunque, non ho colpa se per una volta mi è mancato il suggeritore”.
E il Camerlengo?
“A quell’ora, mortacci sua, aveva già finito di attaccare quadri alla parete del Comune e di cazzeggiare sul balcone. Non c’era”.
E Madre Teresa? Sempre pronta a fare l’avvocato difensore? “Lasciate stare, la Sacra madre. Ha già la sua bella gatta da pelare”.
“Solo, solo. Mi avete lasciato solo – si dimenava Churchill sconsolato – ed ecco cos’è successo!”.
E, mentre il camerlengo, convocato in fretta e furia, si lanciava alla ricerca delle toppe da applicare per salvare almeno la faccia, tutti ad imprecare al parrucchiere.
Il parrucchiere. Il parrucchiere può attendere… ma i serbatoi no. Clementine, la prossima volta non lasciarlo solo…









